Storia Viva - 2 Giugno 1946, i risultati del Referendum istituzionale e della Costituente a Ruvo
La radiografia del voto nella comunità rubastina all'alba della Repubblica
martedì 2 giugno 2026
Il 2 giugno 1946 rappresenta uno spartiacque incancellabile nella memoria collettiva nazionale. Per la prima volta, dopo il buio del ventennio fascista e le devastazioni materiali e morali del secondo conflitto mondiale, il popolo italiano fu chiamato a decidere liberamente il proprio destino istituzionale e a eleggere i rappresentanti dell'Assemblea Costituente. Fu un voto storico anche e soprattutto per il conseguimento del suffragio universale effettivo, che vide l'esordio delle donne alle urne, protagoniste silenziose ma determinanti di una nuova stagione civile.
Mentre l'Italia settentrionale spingeva con forza verso la soluzione repubblicana, il Mezzogiorno manifestava un orientamento profondamente conservatore e legato alla continuità dinastica. In questo contesto di frattura geografica e sociale, come rispose la comunità di Ruvo di Puglia? Attraverso i dati d'archivio e le cronache storiche locali, è possibile tracciare una radiografia fedele di quelle concitate giornate.
A Ruvo di Puglia l'atmosfera del giugno 1946 non era quella di una comunità allo sbaraglio, bensì di un paese che aveva già mosso i primissimi passi sulla via della democrazia. Pochi mesi prima, il 31 marzo 1946, si erano infatti tenute le elezioni amministrative, che rappresentarono le prime libere consultazioni comunali del dopoguerra. In quell'occasione, la cittadinanza aveva eletto sindaco Giuseppe Gramegna, autorevole esponente del Partito Comunista Italiano, alla guida di una coalizione di blocco popolare formata da Comunisti, Socialisti, Partito d'Azione, Reduci e Combattenti.
Gramegna e i primi consiglieri comunali, sebbene si trovassero a operare in un contesto di estrema precarietà economica e ricostruzione materiale, seppero guidare con mano ferma e sicura la macchina amministrativa verso il delicato appuntamento del referendum istituzionale. Il loro operato garantì pienamente l'ordine pubblico e permise una partecipazione democratica straordinaria della cittadinanza.
I dati definitivi del referendum a Ruvo di Puglia mostrano una netta controtendenza rispetto all'esito nazionale. Le urne rubastine confermarono quel forte attaccamento alla Monarchia tipico delle province meridionali, sebbene con un margine di distacco tutt'altro che plebiscitario, segno di una presenza attiva e radicata delle forze di sinistra nelle campagne e nel centro urbano.
A fronte di un corpo elettorale composto da 15.744 cittadini iscritti, l'affluenza alle urne fu altissima e raggiunse l'89,24%, traducendosi in 14.050 votanti totali. Questa straordinaria partecipazione si mantenne perfettamente in linea con il dato registrato su scala nazionale, che fu dell'89,08%. Esclusi i voti nulli o bianchi, i suffragi validi si attestarono a 13.608 complessivi. Di questi, la causa della Monarchia intercettò la maggioranza assoluta con 7.321 preferenze, pari al 53,80% dei consensi, mentre l'opzione della Repubblica si fermò a 6.287 voti, equivalenti al 46,20%.
La dinastia sabauda riuscì quindi a prevalere nel comune barese con uno scarto di circa un migliaio di voti. Si trattò di una vittoria che testimoniò da un lato la tenuta del blocco moderato, rurale e agrario, ma che dall'altro evidenziò come quasi la metà dei votanti di Ruvo desiderasse già una netta e profonda frattura con il passato.
Contestualmente alla scelta della forma di Stato, i cittadini furono chiamati a esprimersi sui simboli dei partiti per l'elezione dell'Assemblea Costituente, l'organo che avrebbe avuto l'epocale compito di redigere la nuova Carta Costituzionale. I dati ministeriali conservati nell'Archivio Storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno (Eligendo) mostrano uno scenario locale frammentato ma fortemente indicativo dei reali rapporti di forza in campo.
A Ruvo di Puglia, la Democrazia Cristiana (DC) seppe conquistare una solida maggioranza relativa, intercettando gran parte del voto moderato, di matrice cattolica e di quanti temevano bruschi balzi in avanti radicali. Al contempo, il fronte delle sinistre – diviso tra il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e il Partito Comunista Italiano (PCI) – mantenne un radicamento profondo tra i braccianti e i lavoratori della terra. Questo blocco capitalizzò efficacemente il consenso sociale che pochi mesi prima aveva portato Gramegna allo scranno più alto del municipio. Nel bacino elettorale cittadino non mancarono, infine, consensi significativi indirizzati sia alle forze esplicitamente schierate a destra con la causa monarchica, sia alle liste del Fronte dell'Uomo Qualunque, capaci di sottrarre voti preziosi nel bacino conservatore.
Nonostante la vittoria locale della causa monarchica, l'esito generale generale sancì la nascita della Repubblica Italiana, proclamata ufficialmente dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946.
Mentre l'Italia settentrionale spingeva con forza verso la soluzione repubblicana, il Mezzogiorno manifestava un orientamento profondamente conservatore e legato alla continuità dinastica. In questo contesto di frattura geografica e sociale, come rispose la comunità di Ruvo di Puglia? Attraverso i dati d'archivio e le cronache storiche locali, è possibile tracciare una radiografia fedele di quelle concitate giornate.
A Ruvo di Puglia l'atmosfera del giugno 1946 non era quella di una comunità allo sbaraglio, bensì di un paese che aveva già mosso i primissimi passi sulla via della democrazia. Pochi mesi prima, il 31 marzo 1946, si erano infatti tenute le elezioni amministrative, che rappresentarono le prime libere consultazioni comunali del dopoguerra. In quell'occasione, la cittadinanza aveva eletto sindaco Giuseppe Gramegna, autorevole esponente del Partito Comunista Italiano, alla guida di una coalizione di blocco popolare formata da Comunisti, Socialisti, Partito d'Azione, Reduci e Combattenti.
Gramegna e i primi consiglieri comunali, sebbene si trovassero a operare in un contesto di estrema precarietà economica e ricostruzione materiale, seppero guidare con mano ferma e sicura la macchina amministrativa verso il delicato appuntamento del referendum istituzionale. Il loro operato garantì pienamente l'ordine pubblico e permise una partecipazione democratica straordinaria della cittadinanza.
I dati definitivi del referendum a Ruvo di Puglia mostrano una netta controtendenza rispetto all'esito nazionale. Le urne rubastine confermarono quel forte attaccamento alla Monarchia tipico delle province meridionali, sebbene con un margine di distacco tutt'altro che plebiscitario, segno di una presenza attiva e radicata delle forze di sinistra nelle campagne e nel centro urbano.
A fronte di un corpo elettorale composto da 15.744 cittadini iscritti, l'affluenza alle urne fu altissima e raggiunse l'89,24%, traducendosi in 14.050 votanti totali. Questa straordinaria partecipazione si mantenne perfettamente in linea con il dato registrato su scala nazionale, che fu dell'89,08%. Esclusi i voti nulli o bianchi, i suffragi validi si attestarono a 13.608 complessivi. Di questi, la causa della Monarchia intercettò la maggioranza assoluta con 7.321 preferenze, pari al 53,80% dei consensi, mentre l'opzione della Repubblica si fermò a 6.287 voti, equivalenti al 46,20%.
La dinastia sabauda riuscì quindi a prevalere nel comune barese con uno scarto di circa un migliaio di voti. Si trattò di una vittoria che testimoniò da un lato la tenuta del blocco moderato, rurale e agrario, ma che dall'altro evidenziò come quasi la metà dei votanti di Ruvo desiderasse già una netta e profonda frattura con il passato.
Contestualmente alla scelta della forma di Stato, i cittadini furono chiamati a esprimersi sui simboli dei partiti per l'elezione dell'Assemblea Costituente, l'organo che avrebbe avuto l'epocale compito di redigere la nuova Carta Costituzionale. I dati ministeriali conservati nell'Archivio Storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno (Eligendo) mostrano uno scenario locale frammentato ma fortemente indicativo dei reali rapporti di forza in campo.
A Ruvo di Puglia, la Democrazia Cristiana (DC) seppe conquistare una solida maggioranza relativa, intercettando gran parte del voto moderato, di matrice cattolica e di quanti temevano bruschi balzi in avanti radicali. Al contempo, il fronte delle sinistre – diviso tra il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e il Partito Comunista Italiano (PCI) – mantenne un radicamento profondo tra i braccianti e i lavoratori della terra. Questo blocco capitalizzò efficacemente il consenso sociale che pochi mesi prima aveva portato Gramegna allo scranno più alto del municipio. Nel bacino elettorale cittadino non mancarono, infine, consensi significativi indirizzati sia alle forze esplicitamente schierate a destra con la causa monarchica, sia alle liste del Fronte dell'Uomo Qualunque, capaci di sottrarre voti preziosi nel bacino conservatore.
Nonostante la vittoria locale della causa monarchica, l'esito generale generale sancì la nascita della Repubblica Italiana, proclamata ufficialmente dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946.