Storia Viva - Il passo del Poverello, storie e volti di san Francesco a Ruvo

Viaggio nella devozione senza tempo che unisce il Poverello d'Assisi alla comunità ruvese

sabato 3 ottobre 2026 12.24
A cura di Francesco Lauciello
C'è un momento, all'inizio del Duecento, in cui la storia ufficiale cede il passo al respiro caldo della leggenda popolare. Corre l'anno 1220: Francesco d'Assisi risale la Puglia di ritorno dalle sabbie della Terra Santa e d'Egitto. La tradizione vuole che il Poverello, sbarcato a Otranto e incamminatosi lungo la via dei pellegrini e dei crociati, abbia attraversato i campi di ulivi fino alle porte di Ruvo. Fermandosi nei pressi dell'antica chiesetta basiliana di Sant'Angelo, fuori dalle mura, avrebbe indicato ai suoi primi compagni quel lembo di terra come dimora di preghiera e silenzio.

Se i documenti tacciono sull'effettivo transito del Santo in città, la pietra, il legno e i colori delle chiese ruvesi raccontano una verità altrettanto profonda: quella di una comunità che ha fatto dell'alter Christus un compagno intimo del proprio cammino spirituale.

Varcando la soglia di Sant'Angelo, ancora oggi si respira l'eredità dei Frati Minori Osservanti. Nella cappella gentilizia voluta nel Settecento da Don Saverio Montaruli, l'occhio cade su una scultura lignea che toglie il fiato: è un Francesco modellato dalla celebre bottega andriese dei Brudaglio, chino sul Crocifisso con l'aureola d'argento e lo sguardo smarrito nel mistero del dolore. Don Saverio avrebbe voluto venerarvi il suo protettore san Pasquale, ma bastarono le preghiere accorate del Padre Guardiano per fargli cambiare idea e accogliere l'Assisiate. Sulle pareti la devozione si fa schietta e popolare nelle tempere novecentesche di Francesco Di Terlizzi, "il Carabiniere", che con il candore della sua pittura naïf ha dipinto la predica agli uccelli e il prodigio della Verna. E basta affacciarsi nel chiostro adiacente per trovarsi circondati dalle venti lunette affrescate da Michelangelo Capotorti: un racconto corale che narra miracoli e visioni, fino a culminare nell'adorazione della Vergine Immacolata con un Francesco maturo, seduto su una nuvola con un libro rosso tra le dita.

Uscendo per i vicoli, la presenza francescana si moltiplica e tesse fili inaspettati con le altre anime della città. Nella chiesa dei Padri Cappuccini, lungo l'antica via per Corato, Nicola Gliri dipinge nel 1676 un incontro colmo di tenerezza e profezia: Gesù Bambino porge la croce a Francesco, mentre poco più in là san Domenico riceve una rosa dalla Vergine. Quell'abbraccio fraterno tra gli ordini mendicanti si rinnova a San Domenico, dove la pennellata napoletana di Fabrizio Santafede ritrae Francesco con il saio scuro e la mano sinistra alzata, a mostrare con pudore la piaga aperta delle stimmate a chiunque entri in chiesa.

La devozione ruvese per Francesco è stata anche strada viva, polvere e canti. Nella chiesa di San Giacomo al Corso, culla del Terz'Ordine Francescano, si conserva la statua in cartapesta leccese plasmata nel 1890 da De Pascalis: il santo, sorretto da due angeli su una rupe cosparsa di simboli di penitenza. Nel 1911, come ricordano i documenti d'archivio custoditi dalla Confraternita del Purgatorio, la statua venne portata in processione insieme a quella di santa Filomena. In quella stessa chiesa, purtroppo, resta il vuoto silenzioso di una tela seicentesca raffigurante l'Assisiate trafugata nella notte del maggio 1993.

Eppure Francesco non ha mai abbandonato Ruvo. Lo si scorge nel buio commosso del Compianto al Carmine, testimone silenzioso del Cristo deposto; riappare al Santuario delle Grazie, alle spalle del vescovo patrono san Cleto; e infine si ritrova fuori città, tra le querce e i silenzi del Santuario di Calentano. Lì, fuso nel bronzo moderno di Floriano Manfrini per l'ottavo centenario francescano, Francesco accarezza il lupo di Gubbio. È l'abbraccio finale tra il borgo e la sua campagna, la testimonianza duratura di un santo che, per la gente di Ruvo, non ha mai smesso di essere di casa.