Storia Viva - La Madonna del Rosario a Ruvo, dal dipinto di Alonso de Corduba alla statua di Giuseppe Manzo
Un viaggio nella fede e nell'arte tra i secoli alla ricerca del le radici del culto mariano del mese di ottobre
martedì 13 ottobre 2026
6.18
Il mese di ottobre, nella tradizione cattolica, si tinge da sempre di una luce particolare: è il tempo in cui i fedeli volgono lo sguardo e il cuore alla Vergine del Rosario, un culto antico e profondamente radicato che affonda le sue radici nella storia della Chiesa e nel tessuto spirituale dell'Italia. Pensando a questa devozione, il pensiero corre immediatamente alla straordinaria testimonianza di Pompei, dove il celebre Santuario ha fatto della Madonna del Rosario il cuore pulsante e la patrona della città, attirando ogni anno milioni di pellegrini. Ma non è necessario spingersi lontano per scoprire custodi appassionati di questa tradizione, poiché anche a Ruvo la devozione alla Vergine che porge il rosario a San Domenico e Santa Caterina vive di un fervore altrettanto antico, custodito gelosamente nella Chiesa di San Domenico, eretta proprio sul luogo che un tempo ospitava l'antico Convento del Rosario.
La storia artistica e devozionale di Ruvo legata a questo culto trova il suo monumento visivo più alto in una magnifica pala d'altare datata 1604, opera di Alonso de Corduba, un celebre pittore forse di origini spagnole e immigrato in Puglia. L'opera rappresenta la Vergine con il Bambino in trono, circondata da festosi angioletti che lanciano petali e fiori sulla veste della Madonna, mentre ai piedi di una breve scalinata si trovano San Domenico e Santa Caterina da Siena in adorazione, immortalati nell'atto di ricevere i rosari rispettivamente dal Bambino e dalla Vergine. Completano la scena Papa Pio V e l'imperatore Filippo II posti alle spalle di San Domenico, e Anna d'Austria, moglie dell'imperatore, insieme a Eleonora, madre dello stesso, disposte alle spalle di Santa Caterina, mentre in basso, sull'ultimo scalino, fa bella mostra di sé l'arma del committente. Questo grandioso dipinto fu fortemente voluto dai Padri Predicatori, i quali tennero così fede alla disposizione testamentaria di Fabrizio de Amato, originario di Gravina, che aveva legato ben centomila marchi per l'esecuzione della pala d'altare.
Con il passare dei secoli, il mutare della sensibilità e dell'indirizzo devozionale portò la comunità a spostare gradualmente il baricentro del culto, passando dalla contemplazione della grande pala d'altare alla statuaria. Nel corso dell'Ottocento si assistette infatti alla presenza in chiesa prima di un simulacro vestito e successivamente di una statua in cartapesta leccese. Un momento di svolta si registrò nel 1897, anno in cui venne acquistato dal leccese Giuseppe Manzo un nuovo gruppo statuario, realizzato seguendo fedelmente il celebre quadro della Madonna del Rosario di Pompei. Nello stesso anno si pose tuttavia il problema della collocazione dell'opera e la commissione incaricata, come si può rilevare da un prezioso carteggio conservato negli archivi della Confraternita della Purificazione Addolorata, dopo un'attenta analisi degli spazi della chiesa decise di porre il gruppo statuario nella ormai ex Cappella della Madonna delle Grazie. Grazie al generoso contributo di alcune notabili famiglie ruvesi come i Chieco, i de Rosellis, i Cotugno, i Gramegna, i Milani e i Fucilli, si avviò così la costruzione, secondo il progetto dell'ingegnere Boccuzzi, di un elegante altare in marmo sul quale porre la nuova composizione.
Proprio a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento risalgono le prime testimonianze documentate dell'organizzazione di una festa esterna dedicata alla Vergine. Da allora, la tradizione si rinnova costantemente e vede la Madonna tradizionalmente portata in solenne processione a chiusura del mese a lei consacrato, suggellando un legame indissolubile tra storia, arte e fede popolare.
La storia artistica e devozionale di Ruvo legata a questo culto trova il suo monumento visivo più alto in una magnifica pala d'altare datata 1604, opera di Alonso de Corduba, un celebre pittore forse di origini spagnole e immigrato in Puglia. L'opera rappresenta la Vergine con il Bambino in trono, circondata da festosi angioletti che lanciano petali e fiori sulla veste della Madonna, mentre ai piedi di una breve scalinata si trovano San Domenico e Santa Caterina da Siena in adorazione, immortalati nell'atto di ricevere i rosari rispettivamente dal Bambino e dalla Vergine. Completano la scena Papa Pio V e l'imperatore Filippo II posti alle spalle di San Domenico, e Anna d'Austria, moglie dell'imperatore, insieme a Eleonora, madre dello stesso, disposte alle spalle di Santa Caterina, mentre in basso, sull'ultimo scalino, fa bella mostra di sé l'arma del committente. Questo grandioso dipinto fu fortemente voluto dai Padri Predicatori, i quali tennero così fede alla disposizione testamentaria di Fabrizio de Amato, originario di Gravina, che aveva legato ben centomila marchi per l'esecuzione della pala d'altare.
Con il passare dei secoli, il mutare della sensibilità e dell'indirizzo devozionale portò la comunità a spostare gradualmente il baricentro del culto, passando dalla contemplazione della grande pala d'altare alla statuaria. Nel corso dell'Ottocento si assistette infatti alla presenza in chiesa prima di un simulacro vestito e successivamente di una statua in cartapesta leccese. Un momento di svolta si registrò nel 1897, anno in cui venne acquistato dal leccese Giuseppe Manzo un nuovo gruppo statuario, realizzato seguendo fedelmente il celebre quadro della Madonna del Rosario di Pompei. Nello stesso anno si pose tuttavia il problema della collocazione dell'opera e la commissione incaricata, come si può rilevare da un prezioso carteggio conservato negli archivi della Confraternita della Purificazione Addolorata, dopo un'attenta analisi degli spazi della chiesa decise di porre il gruppo statuario nella ormai ex Cappella della Madonna delle Grazie. Grazie al generoso contributo di alcune notabili famiglie ruvesi come i Chieco, i de Rosellis, i Cotugno, i Gramegna, i Milani e i Fucilli, si avviò così la costruzione, secondo il progetto dell'ingegnere Boccuzzi, di un elegante altare in marmo sul quale porre la nuova composizione.
Proprio a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento risalgono le prime testimonianze documentate dell'organizzazione di una festa esterna dedicata alla Vergine. Da allora, la tradizione si rinnova costantemente e vede la Madonna tradizionalmente portata in solenne processione a chiusura del mese a lei consacrato, suggellando un legame indissolubile tra storia, arte e fede popolare.