Storia Viva - Palazzo Caputi, un viaggio tra storia, nobiltà e antichità nel cuore di Ruvo
Quando l'architettura incontra l'archeologia
martedì 27 ottobre 2026
6.18
Se le pietre potessero parlare, quelle di Palazzo Caputi a Ruvo di Puglia racconterebbero secoli di storia aristocratica, mecenatismo illuminato e maestria artigianale. Un edificio affascinante e complesso, nato dall'unione di anime diverse, che custodisce ancora intatto il sapore di un tempo in cui l'arte e la storia familiare si fondevano in un unico disegno architettonico.
Varcare la soglia di Palazzo Caputi significa immergersi subito in una dimensione di raffinata eleganza. La parte scoperta del cortile cattura immediatamente lo sguardo: è impreziosita in alto da una scenografica balaustra, sorretta da possenti mensoloni decorati con bassorilievi, mentre la copertura della loggetta che conduce agli appartamenti è retta da eleganti colonne.
Lungo il perimetro dell'atrio si svela il cuore funzionale e simbolico della dimora. Oltre a un suggestivo pozzo rinascimentale con nicchia a conchiglia, si aprono gli ingressi simmetrici dei vari ambienti di servizio. Un dettaglio prezioso impreziosisce le trabeazioni di questi ingressi: lo stemma scolpito della famiglia, che conserva ancora oggi tenui tracce della sua originale policromia.
Sulla sinistra si apre l'ampio ingresso che, attraverso una scalinata a due rampe, conduce al piano nobile. Subito all'ingresso, un piccolo vano custodisce la memoria di una cappella privata, mentre in un'altra stanza si svela una testimonianza archeologica d'inestimabile valore: una iscrizione funeraria romana, incastonata in una raffinata cornice di stucco marmorizzato.
Questa iscrizione non è un semplice ornamento, ma il custode di un ricordo illustre. Essa rammenta che proprio in questa parte dell'edificio fu collocata, agli inizi dell'Ottocento, la famosa collezione di antichità della famiglia Caputi, una raccolta prestigiosa avviata dall'arcidiacono Giuseppe Caputi, che fu anche illuminato Presidente della Commissione dei Regi Scavi a Ruvo.
Nel 1920, la collezione fu ceduta dagli eredi al marchese Orazio de Luca Resta – legato da parentela alla famiglia Caputi Iambrenghi – e trasferita a Roma. Nel corso degli anni Cinquanta, l'intera raccolta fu poi acquisita dall'ingegner Giuseppe Torno. Alla fine degli anni Novanta, il complesso archeologico storico, integrato da ulteriori acquisizioni di ceramiche antiche effettuate da Torno, è entrato a far parte del patrimonio artistico di Banca Intesa (oggi Intesa Sanpaolo) ed è attualmente esposto nelle Gallerie d'Italia a Napoli.
Salendo al piano nobile, l'ampio salone centrale accoglie i visitatori con il fascino immutato delle sue decorazioni rococò, caratterizzate da stucchi dorati e dipinti che dialogano armoniosamente con l'originale pavimento in cotto, sopravvissuto al passare dei secoli.
Ma la storia di questo palazzo è fatta di stratificazioni e ampliamenti. Alla fine del Settecento, l'edificio fu letteralmente raddoppiato grazie all'innesto di un nuovo corpo di fabbrica che, scavalcando al primo piano una piccola stradina, dà vita al caratteristico arco di Caputi.
La facciata di questa nuova ala, seguendo l'andamento leggermente arcuato della strada, riproduce fedelmente le proporzioni e il sobrio apparato decorativo della struttura originaria. È questa una straordinaria e tangibile testimonianza dell'arte e della maestria degli scalpellini locali, capaci di fondere vecchio e nuovo in un'unica visione d'insieme.
Sul portale centrale, a suggellare l'opera, un'iscrizione scolpita tramanda alla storia il nome del committente e l'anno in cui i lavori furono ultimati: FRANCISCUS CAPUTI AMPLIOREM FORMAM RESTITUIT ANNO D.1798
Anche questo portale, fiero custode della memoria cittadina, è sormontato dall'immancabile stemma di famiglia, a ribadire l'identità e la fierezza di una casata che ha profondamente segnato il volto e la cultura di Ruvo.
Varcare la soglia di Palazzo Caputi significa immergersi subito in una dimensione di raffinata eleganza. La parte scoperta del cortile cattura immediatamente lo sguardo: è impreziosita in alto da una scenografica balaustra, sorretta da possenti mensoloni decorati con bassorilievi, mentre la copertura della loggetta che conduce agli appartamenti è retta da eleganti colonne.
Lungo il perimetro dell'atrio si svela il cuore funzionale e simbolico della dimora. Oltre a un suggestivo pozzo rinascimentale con nicchia a conchiglia, si aprono gli ingressi simmetrici dei vari ambienti di servizio. Un dettaglio prezioso impreziosisce le trabeazioni di questi ingressi: lo stemma scolpito della famiglia, che conserva ancora oggi tenui tracce della sua originale policromia.
Sulla sinistra si apre l'ampio ingresso che, attraverso una scalinata a due rampe, conduce al piano nobile. Subito all'ingresso, un piccolo vano custodisce la memoria di una cappella privata, mentre in un'altra stanza si svela una testimonianza archeologica d'inestimabile valore: una iscrizione funeraria romana, incastonata in una raffinata cornice di stucco marmorizzato.
Questa iscrizione non è un semplice ornamento, ma il custode di un ricordo illustre. Essa rammenta che proprio in questa parte dell'edificio fu collocata, agli inizi dell'Ottocento, la famosa collezione di antichità della famiglia Caputi, una raccolta prestigiosa avviata dall'arcidiacono Giuseppe Caputi, che fu anche illuminato Presidente della Commissione dei Regi Scavi a Ruvo.
Nel 1920, la collezione fu ceduta dagli eredi al marchese Orazio de Luca Resta – legato da parentela alla famiglia Caputi Iambrenghi – e trasferita a Roma. Nel corso degli anni Cinquanta, l'intera raccolta fu poi acquisita dall'ingegner Giuseppe Torno. Alla fine degli anni Novanta, il complesso archeologico storico, integrato da ulteriori acquisizioni di ceramiche antiche effettuate da Torno, è entrato a far parte del patrimonio artistico di Banca Intesa (oggi Intesa Sanpaolo) ed è attualmente esposto nelle Gallerie d'Italia a Napoli.
Salendo al piano nobile, l'ampio salone centrale accoglie i visitatori con il fascino immutato delle sue decorazioni rococò, caratterizzate da stucchi dorati e dipinti che dialogano armoniosamente con l'originale pavimento in cotto, sopravvissuto al passare dei secoli.
Ma la storia di questo palazzo è fatta di stratificazioni e ampliamenti. Alla fine del Settecento, l'edificio fu letteralmente raddoppiato grazie all'innesto di un nuovo corpo di fabbrica che, scavalcando al primo piano una piccola stradina, dà vita al caratteristico arco di Caputi.
La facciata di questa nuova ala, seguendo l'andamento leggermente arcuato della strada, riproduce fedelmente le proporzioni e il sobrio apparato decorativo della struttura originaria. È questa una straordinaria e tangibile testimonianza dell'arte e della maestria degli scalpellini locali, capaci di fondere vecchio e nuovo in un'unica visione d'insieme.
Sul portale centrale, a suggellare l'opera, un'iscrizione scolpita tramanda alla storia il nome del committente e l'anno in cui i lavori furono ultimati: FRANCISCUS CAPUTI AMPLIOREM FORMAM RESTITUIT ANNO D.1798
Anche questo portale, fiero custode della memoria cittadina, è sormontato dall'immancabile stemma di famiglia, a ribadire l'identità e la fierezza di una casata che ha profondamente segnato il volto e la cultura di Ruvo.