
Eventi e cultura
L’eco del tempo. Il suono ritrovato del mondo antico al Museo Jatta
Con il progetto D.I.A.R.Y., l’archeologia diventa esperienza sensoriale e il passato si lascia ascoltare oltre che contemplare
Ruvo - lunedì 23 febbraio 2026
Che suono aveva il mondo antico? Non è un semplice interrogativo suggestivo, ma l'incipit di una ricerca ambiziosa che, nelle scorse settimane, ha animato le sale del Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia.
Qui il progetto D.I.A.R.Y. (Digital and International Arts through Augmented Reality and Research for Young Students Artists) ha inaugurato una stagione di studi che ambisce a restituire dimensione acustica alla memoria storica.
Si tratta della prima indagine sistematica e interdisciplinare dedicata ai suoni dell'antichità; un percorso che collega archeologia, musicologia, ingegneria del suono e geomatica, con l'obiettivo di comprendere il ruolo del paesaggio sonoro nella costruzione delle identità culturali del passato. Al centro dell'indagine, la mappatura e lo studio degli strumenti musicali e degli oggetti sonori custoditi nei musei di due aree emblematiche dell'Europa antica: l'Apulia e la Baviera. Un dialogo transnazionale che trova nel patrimonio materiale il suo comune denominatore e nella tecnologia il suo strumento di indagine.
Per alcuni giorni, il Museo Jatta – tempio ottocentesco della memoria archeologica e custode di una delle più preziose collezioni vascolari d'Italia – si è trasfigurato in officina di sperimentazione scientifica. Tra crateri figurati, terrecotte e testimonianze del mondo peuceta e magnogreco, si è affacciata una prospettiva nuova: quella che interroga i reperti non solo nella loro forma, ma nella loro potenziale vibrazione sonora.
I workshop di archeologia sonora hanno visto alternarsi studiose e ricercatrici in un serrato e fecondo confronto interdisciplinare. L'analisi morfologica degli oggetti, i rilievi digitali ad alta precisione, le simulazioni acustiche e le sperimentazioni tecnologiche hanno concorso a delineare un orizzonte in cui il bene culturale non è più soltanto testimonianza visiva, ma esperienza sensoriale complessa.
L'assunto è tanto semplice quanto rivoluzionario: i reperti si osservano, ma talvolta si ascoltano. Nel silenzio raccolto delle teche museali si cela infatti un universo di suoni evocati, di riti, di musiche e di gesti che hanno scandito la vita delle comunità antiche. Restituire questa dimensione significa ampliare la narrazione storica, rendendola più immersiva e partecipata.
Non meno rilevante è la vocazione divulgativa del progetto, che coinvolge giovani studenti e artiste in un itinerario formativo fondato sull'integrazione tra ricerca, creatività e realtà aumentata. Una sinergia che coniuga rigore scientifico e linguaggi contemporanei, offrendo al pubblico nuove chiavi di accesso al patrimonio.
Nei prossimi giorni, ulteriori approfondimenti racconteranno le tappe di questo cammino di riscoperta. Perché talvolta la storia non attende soltanto di essere letta o contemplata, ma attende, paziente, di tornare a risuonare.
Qui il progetto D.I.A.R.Y. (Digital and International Arts through Augmented Reality and Research for Young Students Artists) ha inaugurato una stagione di studi che ambisce a restituire dimensione acustica alla memoria storica.
Si tratta della prima indagine sistematica e interdisciplinare dedicata ai suoni dell'antichità; un percorso che collega archeologia, musicologia, ingegneria del suono e geomatica, con l'obiettivo di comprendere il ruolo del paesaggio sonoro nella costruzione delle identità culturali del passato. Al centro dell'indagine, la mappatura e lo studio degli strumenti musicali e degli oggetti sonori custoditi nei musei di due aree emblematiche dell'Europa antica: l'Apulia e la Baviera. Un dialogo transnazionale che trova nel patrimonio materiale il suo comune denominatore e nella tecnologia il suo strumento di indagine.
Per alcuni giorni, il Museo Jatta – tempio ottocentesco della memoria archeologica e custode di una delle più preziose collezioni vascolari d'Italia – si è trasfigurato in officina di sperimentazione scientifica. Tra crateri figurati, terrecotte e testimonianze del mondo peuceta e magnogreco, si è affacciata una prospettiva nuova: quella che interroga i reperti non solo nella loro forma, ma nella loro potenziale vibrazione sonora.
I workshop di archeologia sonora hanno visto alternarsi studiose e ricercatrici in un serrato e fecondo confronto interdisciplinare. L'analisi morfologica degli oggetti, i rilievi digitali ad alta precisione, le simulazioni acustiche e le sperimentazioni tecnologiche hanno concorso a delineare un orizzonte in cui il bene culturale non è più soltanto testimonianza visiva, ma esperienza sensoriale complessa.
L'assunto è tanto semplice quanto rivoluzionario: i reperti si osservano, ma talvolta si ascoltano. Nel silenzio raccolto delle teche museali si cela infatti un universo di suoni evocati, di riti, di musiche e di gesti che hanno scandito la vita delle comunità antiche. Restituire questa dimensione significa ampliare la narrazione storica, rendendola più immersiva e partecipata.
Non meno rilevante è la vocazione divulgativa del progetto, che coinvolge giovani studenti e artiste in un itinerario formativo fondato sull'integrazione tra ricerca, creatività e realtà aumentata. Una sinergia che coniuga rigore scientifico e linguaggi contemporanei, offrendo al pubblico nuove chiavi di accesso al patrimonio.
Nei prossimi giorni, ulteriori approfondimenti racconteranno le tappe di questo cammino di riscoperta. Perché talvolta la storia non attende soltanto di essere letta o contemplata, ma attende, paziente, di tornare a risuonare.


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