Antonio Marinelli analizza la statua del Cristo Morto custodita nella Chiesa del Carmine
Interrogativi storici, dettagli iconografici e i risultati del restauro che ne ha restituito la straordinaria intensità espressiva della statua
Si tratta di un'opera che nel tempo ha suscitato l'attenzione di studiosi, restauratori e appassionati, non solo per il suo valore devozionale, ma anche per la straordinaria forza espressiva e per le questioni storiche e attributive che ancora oggi la accompagnano.
Lo studioso e appassionato della tradizione ruvese Antonio Marinelli, profondo conoscitore dei riti della Settimana Santa locale, propone in questo scritto una riflessione attenta e documentata sulla statua del Gesù morto del Carmine, soffermandosi sugli aspetti iconografici, artistici e storici del simulacro. Il contributo, che si inserisce nel solco degli studi dedicati alle opere processionali della città, offre al lettore uno sguardo ravvicinato su una scultura capace di coniugare intensa spiritualità, raffinata tecnica artistica e un sorprendente realismo anatomico.
LA STATUA DI GESÙ MORTO DELLA CHIESA DEL CARMINE
Come scrive Franco Di Palo nel suo volume La chiesa e l'Arciconfraternita del Carmine a Ruvo di Puglia, problematica è l'analisi della statua del Cristo morto, anch'essa non individuata esplicitamente nell'alberano del 1673 ma che poteva far parte dei simulacri commissionati all'Altieri (l'autore delle statue dei Misteri di Ruvo) in alternativa (o in aggiunta?) a quella del Crocifisso. La statua attualmente venerata e portata in processione il Venerdì Santo, presenta il corpo del Cristo appena ricomposto, prima della sepoltura, sul sudario mosso da ben orchestrate pieghe. Il capo, per consentire la migliore visibilità anche a distanza, è sollevato rispetto al corpo e poggia su un cuscino a doppia balza; su tale rialzo si dispongono i capelli scomposti e sullo stesso, ma nella parte opposta, è adagiato il cartiglio rimosso dalla croce, lievemente arrotolato alle estremità, quale memoria della scena del Golgota. Di particolare intensità evocativa è il volto con l'alta fronte segnata dalle ferite della corona di spine, le palpebre non completamente calate per far intravedere gli occhi sbarrati dalla morte, così come dalla bocca dischiusa si intravedono lingua e denti. La sapiente costruzione anatomica lascia bene in vista le ossa del torace e quelle del bacino. Quest'ultimo è coperto da un panno intrecciato e piegato su se stesso a modo di perizoma. Il braccio destro è disteso lungo il fianco e termina con la mano le cui dita, contratte per il rigor mortis, consentono comunque di vedere sul palmo il foro del chiodo; il braccio sinistro è ripiegato sul bacino secondo una diffusa iconografia del "mistero". Le gambe, appena divaricate, non sono completamente distese quasi a ricordare la posizione sulla croce; senza accavallarsi lasciano bene in vista come le mani e il costato, le ferite della crocifissione. Un'analisi più approfondita e dettagliata della statua fu fatta quando nel primo decennio del 2000 essa venne sottoposta ad un lungo e meticoloso lavoro di restauro sotto la direzione della dott.ssa Marisa Camasta. Il simulacro venne riportato allo splendore originale ripulendolo soprattutto dai diversi strati di ridipinture che ne avevano offuscato la bellezza originaria. Forse la scultura fu fatta realizzare i primi del Settecento sotto i Gesuiti e per la sua dimensione alquanto piccola, probabilmente provenne da una qualche famiglia privata ruvese donata poi successivamente all'Arciconfraternita del Carmine senza però documentazione alcuna. Si capì inoltre che certamente l'opera scolpita in legno (ciliegio forse pero) fu intagliata direttamente dal maestro che, come spesso avveniva in quei tempi, non si avvalse dei suoi allievi nel fare eseguire alcune fasi della lavorazione. Questo lo si evince da particolari dettagli quali: le ossa del torace e del bacino ben rilevate, le vene marcate e visibili sulle braccia, la mano sinistra contratta per il rigor mortis e leggermente distaccata dal corpo con il foro del chiodo, la particolarità della bocca socchiusa dove si intravedono la lingua, i denti e le orbite oculari post mortem. Il simulacro ligneo del Cristo Morto, oltre a rivelarsi un capolavoro artistico, è anche senza dubbio, un importante figura di anatomia. Interpellati alcuni medici durante le fasi di restauro, essi asserirono che lo sconosciuto artista dovette aver scolpito la statua avendo dinanzi a sé come modello il cadavere di un uomo morto da almeno tre giorni. Questo è testimoniato dalle ecchimosi sul corpo del Cristo e dalle evidenti chiazze di putrefazione sotto il costato destro, sotto la ferita della lancia e all'interno cosce. In ultimo, per tanti anni nascosto, venne fuori a fianco della testa il cartiglio originale con sopra inciso in tre lingue aramaico latino e greco.
L'analisi proposta da Antonio Marinelli restituisce dunque tutta la complessità e il fascino di un simulacro che, oltre a far vivere uno dei momenti più toccanti della devozione popolare del Venerdì Santo ruvese, rappresenta un'opera di grande valore artistico e storico. La statua del Cristo Morto della chiesa del Carmine appare infatti come il frutto di una sensibilità scultorea che lega rigore anatomico, intensa espressività e spiritualità, elementi che contribuiscono a renderla una delle immagini più suggestive della tradizione processionale cittadina.
Ancora oggi, quando il simulacro attraversa in silenzio le strade di Ruvo di Puglia durante i riti della Settimana Santa, continua a parlare al cuore dei fedeli e degli osservatori, rinnovando un dialogo tra arte, fede e memoria che si tramanda da secoli.
Lo studio di Marinelli, con il suo sguardo attento e appassionato, contribuisce a illuminare ulteriormente questo patrimonio di storia e devozione che appartiene all'identità stessa della comunità ruvese.