Antonio Marinelli e il mistero del Cireneo: in attesa del silenzio sacro del Sabato Santo
L’intimo racconto di un rito segreto nella tradizione confraternale di Ruvo di Puglia
Attraverso la sua esperienza di Priore, si dipana un itinerario interiore fatto di ascolto, discernimento e custodia del dolore altrui, in cui ogni parola sussurrata si fa peso sacro e ogni decisione si carica di un valore che trascende l'umano. In questo contesto, la figura del Cireneo si trasfigura da semplice protagonista rituale a emblema vivente di una sofferenza offerta e condivisa, elevata a gesto di fede autentica.
NEL SEGRETO DEL SABATO SANTO: IO E IL CIRENEO
(da: "Una vita parallela" - racconti di vita confraternale)
"Nel silenzio profondo che precede la Pasqua, quando la Quaresima cominciava a farsi sentire non solo nei riti ma anche nei cuori, iniziava per me, in veste di Priore, uno dei tempi più dedicati e gravosi dell'anno.
Non era un compito che si potesse svolgere alla luce del giorno o con parole pubbliche: era un cammino interiore, fatto di attese e di ascolto, di notti trascorse a riflettere.
Ogni giorno che passava rendeva quella responsabilità più pesante, più vicina, più vera.
Uno alla volta, quasi seguendo un filo invisibile, arrivavano.
Mi contattavano semplici fedeli, uomini e donne, confratelli e consorelle. Non cercavano di farsi notare, ma avanzavano richieste formali. All'appuntamento prefissato, lontano da occhi e orecchi indiscreti, entravano in silenzio, spesso con lo sguardo basso. Iniziavano a parlare solo quando si sentivano sicuri, solo quando capivano che potevano fidarsi.
Ognuno portava con sé un dolore diverso ma ugualmente profondo: famiglie spezzate, malattie improvvise, solitudini che scavavano, errori che bruciavano ancora. E in quel tempo di prova, con una dignità che commuoveva, si offrivano di compiere l'atto più faticoso e più umile: vestire di tonaca nera, portare la pesante Croce nella processione della Pietà, camminare lentamente nel Sabato Santo senza nome, senza volto, senza applausi.
Io ascoltavo.
Ascoltavo storie che non sarebbero mai state raccontate altrove. Confessioni sussurrate, parole tremanti cariche di significato. Vedevo lacrime scendere senza rumore su visi segnati dalla vita, mani stringersi per trovare forza, respiri spezzarsi nel tentativo di non cedere. Udivo sfoghi che non chiedevano soluzioni, ma solo di essere accolti.
E io accoglievo, sapendo che ogni parola affidata a me era un peso sacro, un segreto da custodire per sempre.
Dentro di me, intanto, cresceva un tormento muto e silenzioso: ne dovevo scegliere uno, o una sola. Una scelta unica, irrevocabile, che escludeva tutti gli altri, senza che nessuno potesse comprenderne il motivo.
Come si fa a scegliere tra dolori così veri? Come si distinguono sofferenze quando tutte gridano allo stesso modo?
La croce che sarebbe stata portata in processione cominciava a pesare già allora, prima ancora di essere sollevata.
La decisione non poteva nascere dalle emozioni del momento, né dalla compassione più immediata. Doveva maturare lentamente nella preghiera solitaria, davanti a un altare vuoto, nel silenzio della chiesa del Purgatorio, spoglia di Quaresima. Doveva restare anonima, avvolta da un rispetto assoluto, perché quel gesto non era una ricompensa né una consolazione, ma un'offerta.
Custodivo dentro di me quei segreti e quelle speranze spezzate, consapevole che dietro quella croce non ci sarebbe stata solo una persona. Ci sarebbe stata una vita intera che chiedeva redenzione, un dolore che cercava senso, una fede che, pur ferita, continuava a camminare.
E, passo lento dopo passo lento, qualunque fosse stato il prescelto, avrebbero camminato anche tutti gli altri: invisibili ma presenti, uniti nello stesso atto di amore e di speranza.
Tutto questo finché non giungeva il primo pomeriggio del Sabato Santo.
Lì, il portale della chiesa del Purgatorio, alle 16:30 in punto, si spalancava.
Accompagnato dal suono cupo della grancassa del gruppo bandistico cittadino, si affacciava la figura oscura, misteriosa e penitente del Cireneo.
Quell'anonimo, confratello, con addosso una pesante croce di (circa 50 kg), conosciuto solamente dal Priore, accompagnato dalla luce fioca e malinconica dei lampioncini portati dai novizi e novizie prossimi confratelli e consorelle, precedeva, con passo lentissimo, la statua della Pietà lungo il percorso processionale.
Rientrava sfinito nel corpo, ma vincitore nell'anima.
E al rientro della processione, nella stanza segreta del Cireneo, tolto il cappuccio, si rimaneva senza parlare, guardandosi solamente negli occhi, occhi lucidi.
Il Sabato Santo finiva così in un lungo e commovente abbraccio, a suggellare un segreto, quel segreto che sarebbe rimasto per sempre tra lui e me!"
Nel suo epilogo, il racconto di Marinelli lascia emergere un senso di reverente partecipazione dinanzi a un mistero che si consuma nel silenzio e nella segretezza. Il Cireneo, figura anonima e al contempo universale, incarna la sublimazione del dolore umano, trasfigurato in atto di amore e di redenzione.
Ciò che resta non è l'eco di una verità più ampia, che la fede più autentica si compie lontano da ogni clamore, nell'invisibilità del sacrificio e nella dignità del soffrire condiviso. Così, nel raccoglimento austero del Sabato Santo, si rinnova un rito che, pur avvolto nel mistero, continua a parlare con voce silenziosa e potente alle coscienze di chi sa accostarsi ad esso con rispetto e ascolto.