“Quel che resta” del Maestro Nicola Bucci in una serata dove la musica ha vinto il tempo

Dal palcoscenico del Teatro Comunale di Ruvo di Puglia una pagina di diario: il tributo della Rubis Canto ripercorre i progetti, i sogni e l’eredità di un direttore che continua a vivere nelle voci che ha formato

sabato 7 febbraio 2026 0.09
A cura di Teresa Fiore

Non è un articolo, questo.
O, almeno, non lo è nel senso consueto del termine.
È piuttosto una pagina di diario consegnata alla città, una testimonianza che nasce dal bisogno di preservare, prima ancora che di raccontare.
Scrivere della serata di ieri, al Teatro Comunale di Ruvo di Puglia, dedicata al Maestro Nicola Bucci con il tributo "Quel che resta", significa varcare una soglia invisibile, quella che separa la cronaca dalla memoria, il resoconto dall'anima.

Perché esistono maestri che, pur avendo lasciato questa terra, non hanno mai smesso di dirigere.
Nicola Bucci appartiene a questa schiera rara.
A due anni dalla sua scomparsa, Ruvo di Puglia lo ascolta ancora. Lo percepisce nel respiro prima di un attacco, nell'accordo che si compone, nella vibrazione corale che trasforma molte voci in una sola coscienza.

Varcare ieri la soglia del Teatro è stato, per me, come tornare a casa, ma a una casa interiore, fatta di suoni, di sguardi, di insegnamenti mai interrotti.
E mentre la Rubis Canto prendeva voce sul palco, la memoria ha iniziato a dischiudersi, lenta e brillante.

La prima volta nella sede della Pro Loco. L'audizione davanti al Maestro. L'emozione che tremava nelle mani prima ancora che nella voce.

Poi le prime prove, quelle domestiche e preziose, insieme a Mariafrancesca, sulle note del gospel "Joy". Io che inseguivo le linee dei soprani, che tentavo di afferrarne la purezza, che imparavo a respirare dentro un suono nuovo. Non stavo soltanto studiando musica, stavo apprendendo l'etica dell'ascolto.
Il primo concerto. Le amicizie nate tra le pause delle prove.
Gli incoraggiamenti ricevuti nei momenti di incertezza.
E quella frase, scolpita nella memoria come un sigillo: «Tu puoi». Nicola non imponeva certezze, le faceva germogliare.

Ricordo la prima volta da solista, la voce sospesa tra timore e slancio, mentre Filomena, accanto a me, intesseva una seconda voce capace di sostenermi, di avvolgermi, di rendere il coraggio possibile. Era questo il magistero di Nicola Bucci, quello di trasformare l'individualità in comunione.

E poi uno dei suoi ultimi atti di fiducia, quando mi chiese di scrivere e presentare un progetto dedicato a don Tonino Bello. In quella richiesta c'era la sintesi della sua poetica; la musica come gesto civile, come tensione spirituale, come responsabilità verso la comunità.

Ieri sera tutto questo è riemerso, nota dopo nota.
Il concerto ha ripercorso, con tessitura sapiente e intensità crescente, i grandi progetti che il Maestro aveva consegnato alla sua città. Un itinerario musicale e umano che ha restituito la vastità del suo orizzonte artistico.

Abbiamo riascoltato "Aquarius", potente e visionaria, capace ancora di sprigionare energia corale pura. Abbiamo ritrovato "Il Canto" di Sasso, così radicato nella nostra identità, così profondamente intrecciato alla terra da cui proveniamo. E poi molte altre pagine, ciascuna come una pietra miliare, ciascuna capace di riaprire stagioni, volti, emozioni.


Ieri, mentre scorrevano le esecuzioni, guardavo quei volti e li riconoscevo tutti. Riconoscevo le storie, i percorsi, le fedeltà.
Le ragazze più grandi, guidate da Olga, che hanno creduto che tutto potesse continuare anche quando il silenzio sembrava inevitabile. Depositarie di un fuoco che non andava spento.
Vittoria, oggi Maestra. E io che la ricordavo piccola, già con una voce potente, con un carisma naturale che lasciava intuire il futuro. Vederla dirigere è stato come assistere a un passaggio di respiro, non di testimone; quella continuità di un linguaggio imparato alla stessa scuola del cuore.
E poi l'entusiasmo, la dedizione, la forza di Edoardo e Fulvio, che hanno voluto dedicare la serata alla loro mamma, Grazia. Eredi non solo di un cognome, ma di una responsabilità affettiva e culturale enorme. In loro si legge la volontà ostinata di non lasciare che quanto costruito dal padre diventasse ricordo immobile.

Seduta tra il pubblico, ho compreso con chiarezza che Nicola non appartiene al passato. Vive nella postura di chi sale sul palco, nella concentrazione che precede il suono, nella fiducia reciproca che permette a molte voci di diventare una sola anima.
Quella di ieri è stata una dichiarazione di continuità.
Perché la musica, quando è verità, non si esaurisce con chi l'ha generata, ma si trasmette, si rigenera, resiste.

E allora il titolo della serata diventa risposta, eredità, destino:
"Quel che resta."
Resta la musica che ci hai insegnato ad amare.
Restano le voci che hai educato all'ascolto.
Restano gli insegnamenti che continuano a camminare nelle nostre vite.

Resta, soprattutto, il tuo modo unico di farci credere che potevamo e possiamo farcela.
Ciao Nicola.
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