Storia Viva - Quando a Ruvo si pregava per la pioggia: San Vincenzo, il santo “della siccità”
Storia di un culto oggi quasi dimenticato
martedì 7 aprile 2026
5.59
Il 5 aprile, nel calendario liturgico, la Chiesa celebra la memoria di San Vincenzo Ferrer, uno dei più celebri predicatori dell'Ordine dei Domenicani. Nato in Spagna, fu instancabile viaggiatore lungo le strade dell'Europa occidentale, dove la sua parola, vibrante e talvolta tumultuosa, richiamava con forza i temi ultimi della storia umana: l'Anticristo, il giudizio finale, la fine dei tempi. Non a caso egli stesso arrivò a definirsi "l'angelo dell'Apocalisse", incarnando una predicazione che univa fervore mistico e tensione escatologica.
La sua fama si diffuse rapidamente, sostenuta dalla capillare presenza domenicana, e già nel processo di canonizzazione furono registrati oltre ottanta miracoli. Così il suo culto attecchì profondamente non solo in Spagna e Francia, ma anche nell'Italia meridionale, trovando spazio a Ruvo di Puglia nella chiesa di San Domenico.
Un inventario del 1809, redatto in vista della soppressione del convento domenicano, documenta la presenza, nel secondo altare a destra, di una tela raffigurante il santo. Il dipinto, risalente al XVII secolo e attribuito a un ignoto pittore meridionale – forse il chierico bitontino Nicola Gliri – presenta un'iconografia densa di significati: Vincenzo Ferrer appare con le ali spiegate e una fiamma ardente sul capo, simbolo dell'ispirazione divina. Nella mano destra reggeva un libro aperto, mentre l'indice levato indicava un angelo in volo, intento a suonare la tromba del giudizio finale, orientato verso la croce posta al culmine della composizione. Un'immagine potente, capace di tradurre visivamente la sua predicazione apocalittica.
Quella stessa tela fu protagonista, in tempi più recenti, di una vicenda drammatica: nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1991 venne trafugata dalla sede della Confraternita della Purificazione-Addolorata, dove era custodita temporaneamente durante i restauri della chiesa. Insieme ad essa furono rubate anche la pala della Purificazione della Vergine e due ovali raffiguranti San Giacinto e San Giovanni Battista. Le opere furono successivamente recuperate a Modena dalla Squadra Mobile, sebbene danneggiate dal trasporto, essendo state tagliate dalle cornici. Tornata a Ruvo, l'immagine di San Vincenzo trovò nuova collocazione sulla parete sinistra della chiesa di San Domenico, tra la cappella della Desolata e quella dell'Addolorata.
Se inizialmente il culto cittadino era legato soprattutto alla tela, col passare dei secoli la devozione si concentrò su una suggestiva statua vestita, ancora oggi venerata nella chiesa di largo Porta Noè. Donata dalla famiglia Passari, l'effigie si distingueva per la ricchezza degli ornamenti: un tempo era impreziosita da un diadema e da quattro angioletti, oggi scomparsi. Il santo vi è raffigurato con gli attributi consueti: la tromba nella mano destra, il libro nella sinistra, il volto estatico acceso da un rossore sulle guance, i capelli castani riccioluti e la fiamma sul capo, segno della sua missione divina.
Questa statua fu per lungo tempo al centro della vita religiosa e civile della città. Veniva portata in processione e invocata nei momenti di bisogno, soprattutto durante i periodi di siccità. Nel 1884, ad esempio, fu condotta insieme all'effigie di San Cataldo durante i vespri del 1° giugno. Ma è soprattutto nella memoria delle invocazioni per la pioggia che si conserva la traccia più viva della devozione popolare.
A raccontare questi riti è Domenico Andrea Lojodice, che nella sua monografia in francese Paysan Cultivateur de Ruvo di Puglia (1908) descrive con vividezza le processioni penitenziali:
Un culto, quello "meteorologico" del santo, che non era esclusivo di Ruvo, ma diffuso in tutta Europa. Il domenicano Antonio Teoli, nella sua Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, racconta episodi analoghi nel Regno di Francia, dove intere comunità si affidavano al santo per scongiurare carestie e calamità, talvolta ottenendo – secondo la tradizione – risposte immediate e prodigiose.
Oggi, tuttavia, la devozione a San Vincenzo Ferrer appare quasi dissolta. Restano, nei ricordi degli anziani, le celebrazioni solenni nella chiesa di San Domenico, e sopravvivono, silenziose ma eloquenti, le sue raffigurazioni artistiche. Testimonianze di una fede che un tempo sapeva intrecciare cielo e terra, timore e speranza, invocando nella figura di un predicatore "apocalittico" la promessa concreta di una pioggia capace di ridare vita ai campi e alle comunità.
La sua fama si diffuse rapidamente, sostenuta dalla capillare presenza domenicana, e già nel processo di canonizzazione furono registrati oltre ottanta miracoli. Così il suo culto attecchì profondamente non solo in Spagna e Francia, ma anche nell'Italia meridionale, trovando spazio a Ruvo di Puglia nella chiesa di San Domenico.
Un inventario del 1809, redatto in vista della soppressione del convento domenicano, documenta la presenza, nel secondo altare a destra, di una tela raffigurante il santo. Il dipinto, risalente al XVII secolo e attribuito a un ignoto pittore meridionale – forse il chierico bitontino Nicola Gliri – presenta un'iconografia densa di significati: Vincenzo Ferrer appare con le ali spiegate e una fiamma ardente sul capo, simbolo dell'ispirazione divina. Nella mano destra reggeva un libro aperto, mentre l'indice levato indicava un angelo in volo, intento a suonare la tromba del giudizio finale, orientato verso la croce posta al culmine della composizione. Un'immagine potente, capace di tradurre visivamente la sua predicazione apocalittica.
Quella stessa tela fu protagonista, in tempi più recenti, di una vicenda drammatica: nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1991 venne trafugata dalla sede della Confraternita della Purificazione-Addolorata, dove era custodita temporaneamente durante i restauri della chiesa. Insieme ad essa furono rubate anche la pala della Purificazione della Vergine e due ovali raffiguranti San Giacinto e San Giovanni Battista. Le opere furono successivamente recuperate a Modena dalla Squadra Mobile, sebbene danneggiate dal trasporto, essendo state tagliate dalle cornici. Tornata a Ruvo, l'immagine di San Vincenzo trovò nuova collocazione sulla parete sinistra della chiesa di San Domenico, tra la cappella della Desolata e quella dell'Addolorata.
Se inizialmente il culto cittadino era legato soprattutto alla tela, col passare dei secoli la devozione si concentrò su una suggestiva statua vestita, ancora oggi venerata nella chiesa di largo Porta Noè. Donata dalla famiglia Passari, l'effigie si distingueva per la ricchezza degli ornamenti: un tempo era impreziosita da un diadema e da quattro angioletti, oggi scomparsi. Il santo vi è raffigurato con gli attributi consueti: la tromba nella mano destra, il libro nella sinistra, il volto estatico acceso da un rossore sulle guance, i capelli castani riccioluti e la fiamma sul capo, segno della sua missione divina.
Questa statua fu per lungo tempo al centro della vita religiosa e civile della città. Veniva portata in processione e invocata nei momenti di bisogno, soprattutto durante i periodi di siccità. Nel 1884, ad esempio, fu condotta insieme all'effigie di San Cataldo durante i vespri del 1° giugno. Ma è soprattutto nella memoria delle invocazioni per la pioggia che si conserva la traccia più viva della devozione popolare.
A raccontare questi riti è Domenico Andrea Lojodice, che nella sua monografia in francese Paysan Cultivateur de Ruvo di Puglia (1908) descrive con vividezza le processioni penitenziali:
"Tous, au moment des grandes sécheresses de l'été, prennent part à l'étrange procession des pénitents: hommes et femmes poussent des cris et des lamentations, en faisant des gestes de bras vers la statue de saint Vincent, pour obtenir la pluie."
"Tutti, nei momenti della grande siccità estiva, prendono parte alla singolare processione dei penitenti: uomini e donne gridano e si lamentano, tendendo le braccia verso la statua di san Vincenzo per ottenere la pioggia."
Un culto, quello "meteorologico" del santo, che non era esclusivo di Ruvo, ma diffuso in tutta Europa. Il domenicano Antonio Teoli, nella sua Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, racconta episodi analoghi nel Regno di Francia, dove intere comunità si affidavano al santo per scongiurare carestie e calamità, talvolta ottenendo – secondo la tradizione – risposte immediate e prodigiose.
Oggi, tuttavia, la devozione a San Vincenzo Ferrer appare quasi dissolta. Restano, nei ricordi degli anziani, le celebrazioni solenni nella chiesa di San Domenico, e sopravvivono, silenziose ma eloquenti, le sue raffigurazioni artistiche. Testimonianze di una fede che un tempo sapeva intrecciare cielo e terra, timore e speranza, invocando nella figura di un predicatore "apocalittico" la promessa concreta di una pioggia capace di ridare vita ai campi e alle comunità.