
Eventi e cultura
Museo Jatta, al via una ricerca per svelare il mistero del rhyton “sospetto”
Un’indagine interdisciplinare per accertare l’autenticità di un prezioso reperto
Ruvo - giovedì 18 giugno 2026
È con spirito audace che il Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia ha scelto di concludere le Giornate Europee dell'Archeologia, dedicando l'attenzione a una delle missioni più nobili e imprescindibili dell'istituzione museale: la ricerca scientifica.
Dietro le sale espositive e il fascino dei reperti che raccontano la storia millenaria della Peucezia, si sviluppa infatti un incessante lavoro di indagine che consente di approfondire la conoscenza delle collezioni, interpretarne il significato e restituirne il valore alla società. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il nuovo progetto promosso dal museo, destinato a fare luce su un oggetto che da tempo alimenta interrogativi e suggestioni.
Al centro dell'attenzione vi è un rhyton a testa di capra, raffinato vaso rituale di tradizione antica, il cui status di autentico manufatto archeologico è oggi oggetto di verifica. A sollevare il dubbio, anni addietro, fu una significativa annotazione lasciata dall'archeologo Giuseppe Andreassi, che accanto al reperto scrisse una frase tanto breve quanto eloquente: "Falso. Di Gargiulo?". Un interrogativo rimasto sospeso nel tempo e che oggi torna a interrogare studiosi e specialisti.
Per affrontare la questione con rigore metodologico, il Museo Jatta ha promosso una collaborazione che rappresenta un virtuoso esempio di dialogo tra competenze differenti. Protagonisti dell'indagine saranno Roberto Paolini, in arte Pithos, artigiano specializzato nella riproduzione di ceramiche antiche, ed Enrica Raponi, dottoranda dell'Università degli Studi di Bari, impegnata nella ricerca sotto la guida della professoressa Giuseppina Gadaleta.
L'attività si inserisce nell'ambito del progetto di dottorato PASAP Med, intitolato "Il confine tra falso e riproduzione", che si propone di individuare strumenti interpretativi e criteri scientifici sempre più efficaci per distinguere i reperti autentici dalle copie e dai falsi archeologici. Un tema di grande rilevanza per il mondo della tutela, chiamato a confrontarsi con produzioni che, in alcuni casi, possono imitare con straordinaria abilità tecniche, materiali e linguaggi dell'antichità.
L'indagine sul rhyton si mostra dunque come un affascinante banco di prova. Da un lato, l'analisi scientifica e storico-archeologica; dall'altro, l'esperienza concreta dell'artigiano, che riconosce nei dettagli della lavorazione tracce, procedimenti e peculiarità che sfuggono a uno sguardo meno esperto. Due approcci complementari che, legandosi, potrebbero fornire gli elementi necessari per sciogliere definitivamente il nodo della validità.
Per ora il responso resta affidato al lavoro degli studiosi. Ma la domanda continua a riecheggiare tra le vetrine dello storico museo ruvese: quel rhyton a testa di capra è davvero una testimonianza dell'antichità o il frutto di una sapiente riproduzione moderna?
La risposta, come nelle migliori vicende archeologiche, emergerà dall'incontro tra metodo scientifico, competenza specialistica e paziente ricerca della verità.
Dietro le sale espositive e il fascino dei reperti che raccontano la storia millenaria della Peucezia, si sviluppa infatti un incessante lavoro di indagine che consente di approfondire la conoscenza delle collezioni, interpretarne il significato e restituirne il valore alla società. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il nuovo progetto promosso dal museo, destinato a fare luce su un oggetto che da tempo alimenta interrogativi e suggestioni.
Al centro dell'attenzione vi è un rhyton a testa di capra, raffinato vaso rituale di tradizione antica, il cui status di autentico manufatto archeologico è oggi oggetto di verifica. A sollevare il dubbio, anni addietro, fu una significativa annotazione lasciata dall'archeologo Giuseppe Andreassi, che accanto al reperto scrisse una frase tanto breve quanto eloquente: "Falso. Di Gargiulo?". Un interrogativo rimasto sospeso nel tempo e che oggi torna a interrogare studiosi e specialisti.
Per affrontare la questione con rigore metodologico, il Museo Jatta ha promosso una collaborazione che rappresenta un virtuoso esempio di dialogo tra competenze differenti. Protagonisti dell'indagine saranno Roberto Paolini, in arte Pithos, artigiano specializzato nella riproduzione di ceramiche antiche, ed Enrica Raponi, dottoranda dell'Università degli Studi di Bari, impegnata nella ricerca sotto la guida della professoressa Giuseppina Gadaleta.
L'attività si inserisce nell'ambito del progetto di dottorato PASAP Med, intitolato "Il confine tra falso e riproduzione", che si propone di individuare strumenti interpretativi e criteri scientifici sempre più efficaci per distinguere i reperti autentici dalle copie e dai falsi archeologici. Un tema di grande rilevanza per il mondo della tutela, chiamato a confrontarsi con produzioni che, in alcuni casi, possono imitare con straordinaria abilità tecniche, materiali e linguaggi dell'antichità.
L'indagine sul rhyton si mostra dunque come un affascinante banco di prova. Da un lato, l'analisi scientifica e storico-archeologica; dall'altro, l'esperienza concreta dell'artigiano, che riconosce nei dettagli della lavorazione tracce, procedimenti e peculiarità che sfuggono a uno sguardo meno esperto. Due approcci complementari che, legandosi, potrebbero fornire gli elementi necessari per sciogliere definitivamente il nodo della validità.
Per ora il responso resta affidato al lavoro degli studiosi. Ma la domanda continua a riecheggiare tra le vetrine dello storico museo ruvese: quel rhyton a testa di capra è davvero una testimonianza dell'antichità o il frutto di una sapiente riproduzione moderna?
La risposta, come nelle migliori vicende archeologiche, emergerà dall'incontro tra metodo scientifico, competenza specialistica e paziente ricerca della verità.


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