Storia Viva - Dalla nomina di Basile alla Madonna dei Miracoli, il legame antico tra Andria e Ruvo

La nomina del vescovo Domenico Basile riaccende la storia condivisa delle due comunità

mercoledì 22 aprile 2026 6.02
A cura di Francesco Lauciello
La recente nomina dell'andriese Domenico Basile alla guida della comunità diocesana di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi richiama, in modo quasi simbolico, un legame storico e devozionale profondo tra due città unite da comuni tradizioni religiose. Tra queste, spicca il culto della Madonna dei Miracoli, nato ad Andria e diffusosi nel tempo anche nei centri limitrofi, trovando espressione in luoghi, immagini e testimonianze di fede che ancora oggi raccontano una storia condivisa di spiritualità e identità territoriale.

A Ruvo, sulla via che conduce a Terlizzi, nel 1860 fu edificato il sacello della Trinità. Come recita l'iscrizione incisa sopra la porta d'ingresso, il tempietto fu innalzato da Tommaso Adessi ed era parte integrante di un più ampio complesso agricolo. All'interno, nella piccola aula a navata unica, si conserva una ricca decorazione pittorica che si configura quasi come un pantheon della devozione locale: al centro, inginocchiati al cospetto della Trinità, compaiono i santi Rocco e Biagio; ai lati, entro riquadri ottagonali, si dispongono figure di santi particolarmente venerati, tra cui san Cleto, l'Addolorata, gli apostoli Pietro e Giovanni, san Francesco di Paola e altri ancora. La volta è invece dedicata ai tre principali culti mariani della Terra di Bari: la Madonna del Pozzo di Capurso, la Madonna di Sovereto di Terlizzi e la Madonna dei Miracoli di Andria.

Il Santuario di Santa Maria dei Miracoli affonda le sue origini nel 1576, quando il ritrovamento di un'icona bizantina in una grotta diede impulso a un'intensa devozione popolare e alla progressiva edificazione del complesso. Dopo una fase di crescita tra Sei e Settecento, il santuario conobbe un periodo di crisi tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, segnato dai moti del 1799 e dalle soppressioni napoleoniche. La svolta giunse nella prima metà dell'Ottocento: nel 1837, grazie all'intervento del vescovo Giuseppe Cosenza e con il sostegno di Ferdinando II di Borbone, il complesso fu affidato agli agostiniani, che ne promossero il rilancio. Gli eventi del 1855, quando Andria fu risparmiata da gravi calamità come il colera, alimentarono la fama miracolosa della Vergine, culminando nel 1857 con la solenne incoronazione dell'immagine, il dono della rosa d'oro e la proclamazione della Madonna dei Miracoli a compatrona della città: un passaggio decisivo per la definizione della sua identità religiosa.

Non stupisce, dunque, che tale culto si sia irradiato in numerosi altri centri del Mezzogiorno, dando origine a chiese, altari e cappelle dedicate alla stessa Vergine: oltre ad Andria, testimonianze significative si rintracciano in diverse località pugliesi e meridionali, segno di una devozione che, soprattutto nell'Ottocento, si diffuse attraverso reti popolari, pellegrinaggi e immagini a stampa.

L'immagine della Madonna nel sacello ruvese ricalca infatti i santini devozionali, spesso realizzati in cromolitografia e diffusi proprio dal santuario andriese. Essi si ispiravano al dipinto seicentesco posto nella volta a lacunari della basilica, a sua volta derivato dall'antica icona basiliana. La Vergine è raffigurata frontalmente su un trono monumentale, avvolta in un manto azzurro sopra una veste rossa, con il capo cinto da una corona dorata sormontata da una croce. Sulle ginocchia siede il Bambino Gesù, anch'egli incoronato, che regge un piccolo libro e benedice. Nella mano della Madonna compare un ramo di rose, evidente richiamo simbolico alla rosa d'oro donata dal sovrano borbonico.

Ai lati superiori si scorgono il sole e la luna, elementi che alludono alla dimensione cosmica e universale della regalità mariana. Alcuni dettagli presenti nel dipinto ruvese, come la raffigurazione della rosa – seppur oggi lacunosa – e la corona del Bambino, rivelano un aggiornamento iconografico legato proprio alle vicende di metà Ottocento, segno di una devozione viva e in continua evoluzione.

In questo intreccio tra storia, arte e fede, il piccolo sacello ruvese si configura così come una preziosa testimonianza della diffusione di un culto che, nato ad Andria, ha saputo radicarsi profondamente nel territorio, trasformandosi in linguaggio condiviso di identità e memoria collettiva.

Sul tempietto si veda: M. Di Puppo, La chiesetta privata della Santissima Trinità in Ruvo di Puglia, "il rubastino", anno XL, n° 1, 2020.