Storia Viva - Francesco Caldarola, il generale col camice e la sua guerra per salvare la vita nelle trincee e nel gelo di Russia

Dietro il nome di una via a Ruvo di Puglia, la storia straordinaria di un medico militare

martedì 23 giugno 2026
A cura di Francesco Lauciello
C'è una strada, a Ruvo di Puglia, che porta il nome di Francesco Caldarola. Per chi ci passa di fretta la mattina, è solo un nome tra tanti stampato su un'asettica targa in alluminio. Ma se potessimo riavvolgere il nastro del tempo, dietro quel cognome scopriremmo la storia di un uomo che non ha combattuto con il fucile in mano, ma con il camice, il termometro e i ferri chirurgici, strappando migliaia di ragazzi italiani a una morte invisibile e atroce.

La nostra storia comincia in una Ruvo di fine Ottocento. Francesco nasce il 22 maggio 1884. È un ragazzo sveglio, con una mente analitica, ma soprattutto sente una forte vocazione per gli altri. Vuole fare il medico. Nel 1910 arriva la laurea e, quasi subito, la divisa del Regio Esercito. Non è un medico da salotto: nel 1912, a ventotto anni, viene spedito in Somalia con il Reggimento Artiglieria a Cavallo. Lì, tra il caldo soffocante, la malaria e le ferite da infezione, Caldarola impara sul campo cosa significa gestire la salute pubblica in condizioni estreme.

Poi, l'Europa salta in aria. Nella Prima Guerra Mondiale indossa i gradi di Capitano medico. È nelle trincee del fronte italo-austriaco, dove il fango si mescola al sangue. Per ben tre volte si distingue per coraggio e abnegazione, tornando a casa con altrettante Medaglie di Bronzo al Valor Militare. Non sono medaglie per aver conquistato una trincea nemica, ma per essere rimasto sotto le bombe a fasciare corpi lacerati, rifiutandosi di arretrare.
Negli anni '30 la sua carriera avanza: diventa Tenente Colonello, dirige l'ospedale militare di Messina. Sembra la parabola calante e tranquilla di uno stimato ufficiale medico. Ma la storia ha altri piani, e nel 1941 bussa di nuovo alla sua porta.

L'Italia entra nella Seconda Guerra Mondiale e invia in Russia il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia). A capo dell'intero servizio sanitario di quella spedizione viene messo proprio lui, il Colonnello medico Francesco Caldarola.

Se per molti generali la Russia era una mappa su cui muovere le bandierine, per Caldarola era un immenso reparto d'ospedale a cielo aperto. Tra il 1941 e il 1942, prima ancora dell'arrivo della tragica ritirata dell'ARMIR, Caldarola si trova a gestire una situazione disperata. I soldati italiani sono equipaggiati male, le scarpe di cartone si disfano nel fango dell'autunno ucraino e poi congelano quando la temperatura scende a quaranta gradi sotto zero.

Mentre il generale Giovanni Messe coordina le strategie militari, Caldarola combatte la sua personalissima e drammatica guerra contro tre nemici spietati: il tifo petecchiale, la malnutrizione e il congelamento. Organizza ospedali da campo improvvisati nelle isbe di legno, raziona i medicinali che scarseggiano, inventa protocolli per evitare che una piaga da freddo si trasformi in cancrena e costringa all'amputazione. Gira tra le barelle, parla con i ventenni mandati a morire in una terra lontana, fa l'unica cosa che un medico militare può fare: restituisce dignità alla sofferenza.

Per lo straordinario lavoro organizzativo e umano svolto nell'inferno russo, lo Stato gli conferisce la promozione per merito di guerra a Maggior Generale Medico. Ha salvato la vita a migliaia di figli d'Italia.
Nel 1944, con l'Italia spaccata in due e devastata dalla guerra civile, Caldarola torna nella sua Puglia. Viene nominato ispettore per la sanità militare nella zona di Bari, una retrovia fondamentale per l'assistenza ai profughi e ai soldati feriti che risalgono la penisola. Nei mesi convulsi che portano alla fine del conflitto, assume la carica di Direttore Generale di tutta la Sanità Militare italiana, traghettando la struttura fuori dalle macerie della guerra fino al luglio del 1945, quando lascia il servizio attivo.

Francesco Caldarola morirà a Torino nel 1973, quasi novantenne, dopo una vita passata a guardare in faccia il dolore del Novecento.
La prossima volta che passerete da quella via a Ruvo di Puglia, guardate la targa con occhi diversi. È il ricordo di un medico che ha speso ogni singola goccia delle sue energie per far sì che, dal fango della trincea o dalle nevi della Russia, quanti più ragazzi possibili potessero fare ritorno a casa.