Storia Viva - L’altare perduto della Vergine dei Sette Dolori in Cattedrale a Ruvo
Memoria di un'opera distrutta e smembrata
martedì 15 settembre 2026
Chi scende nell'ipogeo della Cattedrale di Ruvo di Puglia attraversa un passaggio obbligato: una stretta intercapedine ricavata tra la navata attuale e il muro esterno dell'edificio. Tra l'intonaco scrostato e i calcinacci affiorano ancora frammenti di stucchi, incisioni e tracce di volte dipinte d'azzurro con piccoli fiori bianchi. Sono i resti delle cappelle laterali barocche soppresse dai restauri del primo Novecento. Nella prima campata a destra si riconosce la nicchia di un altare scomparso, dedicato alla Vergine dei Sette Dolori, di cui oggi possiamo ricostruire l'aspetto grazie alla visita condotta nel 1937 dall'ispettrice della Soprintendenza Maria Luceri, coadiuvata dall'Arcidiacono Raffaele Montaruli.
Nel vano centrale trovava posto la grande pala d'altare commissionata nel 1684 dal vescovo Giovan Donato Giannone Alitto al pittore bitontino Nicola Gliri. Il dipinto ritrae la Vergine Addolorata tra i santi gesuiti Francesco Saverio e Ignazio di Loyola, ed era stato originariamente collocato nel presbiterio al posto del trono ducale, per poi essere trasferito nella navata nel corso del Settecento.
Superiormente, a coronamento della macchina d'altare, era incastonata una tela lunettata con il Compianto sul Cristo Morto, attribuibile al terlizzese Gioacchino Quercia per le stringenti affinità formali con la coeva Via Crucis della chiesa ruvese di Sant'Angelo. La composizione vedeva un angioletto indicare il corpo esanime di Cristo, affiancato dagli strumenti della Passione e circondato dall'Addolorata sorretta da san Giovanni, dalla Maddalena in lacrime e dalle figure devozionali di san Tommaso d'Aquino, san Francesco da Paola e santa Caterina d'Alessandria.
Ai lati della mensa vegliavano infine due statue lignee di San Donato e San Francesco da Paola, pregevoli opere attribuite allo scultore andriese Nicolantonio Brudaglio.
Questo raffinato complesso devozionale ebbe però vita brevissima dopo il sopralluogo ministeriale. Nel 1939, appena due anni dopo la schedatura della dottoressa Luceri, il cantiere di ripristino dell'aspetto romanico decretò la demolizione delle cappelle meridionali. Lo spazio vuoto venne trasformato in un corridoio cieco adibito a deposito di materiale lapideo di risulta, mentre i manufatti sacri finirono dispersi tra il palazzo vescovile, chiese cittadine e locali di fortuna.
Il destino più drammatico toccò alla lunetta, trasferita nella sagrestia della cattedrale: nella notte del 21 marzo 1980 un violento incendio distrusse l'ambiente, mandando in cenere il dipinto insieme a un organo novecentesco e ad altri arredi, lasciando come unica memoria visiva una fotografia in bianco e nero scattata l'anno precedente dai giovani del CTG. Sorte migliore hanno avuto la pala del Gliri e le sculture del Brudaglio, oggi custodite nella chiesa dell'Annunziata in attesa di un restauro definitivo, superstiti silenziosi di uno spazio che continua a vivere attraverso la memoria dei documenti d'archivio.