Storia Viva - San Rocco e Ruvo di Puglia, cinque secoli di fede, arte e storia
Dalle epidemie di peste del Cinquecento ai capolavori artistici, radici ed evoluzione di una profonda devozione civica
domenica 16 agosto 2026
Il culto di San Rocco a Ruvo di Puglia, dove il Santo di Montpellier è venerato come patrono minore, rappresenta un capitolo fondamentale della storia cittadina. La sua figura intreccia devozione religiosa e committenza artistica dal XVI secolo fino ai giorni nostri.
Le radici della devozione a San Rocco a Ruvo risalgono all'inizio del Cinquecento, in concomitanza con i focolai di peste che colpirono le città limitrofe durante la guerra franco-spagnola del 1502. Secondo la tradizione storico-religiosa, il Santo apparve in vesti da pellegrino all'allora Vescovo di Ruvo, Francesco Spalluzio, e al primo magistrato cittadino, invitandoli a non abbandonare la città e promettendo l'imminente fine dell'epidemia per sua intercessione.
A seguito dello scampato pericolo, l'intera comunità fece un voto al Santo. Dal punto di vista storico-urbanistico, questo impegno si concretizzò nel 1503 con l'edificazione di una chiesetta a lui dedicata nella Piazza del Castello (successivamente restaurata nelle forme attuali nel 1645). In quegli stessi anni venne fondata la Confraternita di San Rocco che, tra alterne vicende che portarono alla sua seconda fondazione nel Settecento, si occupò di preservare e curare il culto. A memoria dell'evento, per molto tempo fu eseguito nella Cattedrale un componimento sacro-drammatico intitolato La Protezione nel voto ovvero Ruvo liberata dal contagio per l'intercessione del Glorioso San Rocco composto dal sacerdote Ferdinando Vergara su musiche del maestro di cappella napoletano Vincenzo Ciampi (1719-1762) offerto a Ettore Carafa, duca di Andria e conte di Ruvo.
L'importanza civica della figura di San Rocco emerse nuovamente nel 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste colpì il Regno di Napoli. In quell'occasione, l'azione istituzionale procedette su un doppio binario: da un lato l'intervento sanitario dei "Deputati della Salute" locali, dall'altro l'affidamento spirituale. L'antica Universitas, ovvero l'amministrazione cittadina dell'epoca, deliberò un voto formale a San Nicola di Bari, San Cleto, San Biagio e San Rocco.
Il patto prevedeva lo stanziamento di 20 ducati annui da devolvere, nel giorno della festa, per la manutenzione della chiesa di San Rocco e l'acquisto di paramenti sacri, un'azione che contribuì a infondere speranza e a evitare una strage in città.
Fino agli anni '70 del Novecento, il calendario liturgico e civile ruvese prevedeva due momenti distinti per celebrare il Santo: il 16 agosto e la prima settimana di settembre. Quest'ultima era caratterizzata da imponenti festeggiamenti popolari di cui le cronache storiche forniscono resoconti estremamente dettagliati. Nel 1857, il cavaliere Salvatore Fenicia, nella sua "Monografia di Ruvo di Magna Grecia", descrisse celebrazioni sfarzose finanziate con grandi spese dalla comunità. I giorni di festa erano animati da bande musicali, luminarie, fuochi pirotecnici, il lancio di palloni aerostatici e le corse di cavalli, tutti eventi che attiravano un enorme afflusso di abitanti dalle campagne circostanti.
L'eco di questo grande fervore popolare costituiva tappa fissa nelle opere sulla città di Ruvo. Cita i festeggiamenti nel 1908 Domenico Andrea Lojodice nel volume edito a Parigi "Paysan Cultivateur de Ruvo di Puglia" e, con un certo piglio critico, anche il ligure Roberto Andrea Massone nella sua monografia del 1871.
La profonda devozione civica ha lasciato tracce evidenti nel patrimonio artistico cittadino, con raffigurazioni del Santo presenti in numerosi edifici di culto e declinate in diverse forme artistiche. Per quanto riguarda la scultura in pietra, sulla facciata della Chiesa di San Rocco e sulla cuspide del suo campanile si trovano due antiche statue. Entrambe mostrano il Santo con i classici attributi del pellegrino, tra cui la tipica mantelletta detta "sanrocchino", la borraccia, il bastone e il cane, intento a mostrare la piaga della peste sulla coscia.
All'interno della stessa chiesa è custodita una pregevole statua in legno policromo del XVIII secolo, opera attribuita allo scultore Nicola Antonio Brudaglio, un tempo esposta sull'altare allestito in Piazza Castello durante i festeggiamenti settembrini. In ambito pittorico, la figura del pellegrino compare nel polittico del 1537, attribuito al Maestro ZT, situato nella Chiesa del Purgatorio al fianco di San Sebastiano, oltre che in una tela un tempo conservata in Cattedrale accanto a San Gennaro e Sant'Antonio, oggi nella chiesa dell'Annunziata. Se ne trova testimonianza anche in un affresco ottocentesco di fattura più popolaresca situato nel tempietto privato della SS. Trinità. Altre raffigurazioni del santo sono sulle campane della Cattedrale e nella croce astile dello stesso tempio.
Il pezzo di maggior pregio storico e artistico è tuttavia legato all'arte orafa ed è oggi esposto in Cattedrale. Si tratta di una monumentale statua d'argento datata 1793. L'opera fu commissionata dal Capitolo Cattedrale e fusa dal noto argentiere Biagio Giordano su un modello preparato dal celebre scultore napoletano Giuseppe Sanmartino, per un costo complessivo che all'epoca superò i 2492 ducati. La statua, portata in processione fino a qualche decennio fa, rappresenta il punto più alto della devozione al santo e resta a perenne memoria di un legame tra la città e il suo patrono minore che, nonostante le mutazioni, resiste ininterrotto da oltre cinque secoli.
Le radici della devozione a San Rocco a Ruvo risalgono all'inizio del Cinquecento, in concomitanza con i focolai di peste che colpirono le città limitrofe durante la guerra franco-spagnola del 1502. Secondo la tradizione storico-religiosa, il Santo apparve in vesti da pellegrino all'allora Vescovo di Ruvo, Francesco Spalluzio, e al primo magistrato cittadino, invitandoli a non abbandonare la città e promettendo l'imminente fine dell'epidemia per sua intercessione.
A seguito dello scampato pericolo, l'intera comunità fece un voto al Santo. Dal punto di vista storico-urbanistico, questo impegno si concretizzò nel 1503 con l'edificazione di una chiesetta a lui dedicata nella Piazza del Castello (successivamente restaurata nelle forme attuali nel 1645). In quegli stessi anni venne fondata la Confraternita di San Rocco che, tra alterne vicende che portarono alla sua seconda fondazione nel Settecento, si occupò di preservare e curare il culto. A memoria dell'evento, per molto tempo fu eseguito nella Cattedrale un componimento sacro-drammatico intitolato La Protezione nel voto ovvero Ruvo liberata dal contagio per l'intercessione del Glorioso San Rocco composto dal sacerdote Ferdinando Vergara su musiche del maestro di cappella napoletano Vincenzo Ciampi (1719-1762) offerto a Ettore Carafa, duca di Andria e conte di Ruvo.
L'importanza civica della figura di San Rocco emerse nuovamente nel 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste colpì il Regno di Napoli. In quell'occasione, l'azione istituzionale procedette su un doppio binario: da un lato l'intervento sanitario dei "Deputati della Salute" locali, dall'altro l'affidamento spirituale. L'antica Universitas, ovvero l'amministrazione cittadina dell'epoca, deliberò un voto formale a San Nicola di Bari, San Cleto, San Biagio e San Rocco.
Il patto prevedeva lo stanziamento di 20 ducati annui da devolvere, nel giorno della festa, per la manutenzione della chiesa di San Rocco e l'acquisto di paramenti sacri, un'azione che contribuì a infondere speranza e a evitare una strage in città.
Fino agli anni '70 del Novecento, il calendario liturgico e civile ruvese prevedeva due momenti distinti per celebrare il Santo: il 16 agosto e la prima settimana di settembre. Quest'ultima era caratterizzata da imponenti festeggiamenti popolari di cui le cronache storiche forniscono resoconti estremamente dettagliati. Nel 1857, il cavaliere Salvatore Fenicia, nella sua "Monografia di Ruvo di Magna Grecia", descrisse celebrazioni sfarzose finanziate con grandi spese dalla comunità. I giorni di festa erano animati da bande musicali, luminarie, fuochi pirotecnici, il lancio di palloni aerostatici e le corse di cavalli, tutti eventi che attiravano un enorme afflusso di abitanti dalle campagne circostanti.
L'eco di questo grande fervore popolare costituiva tappa fissa nelle opere sulla città di Ruvo. Cita i festeggiamenti nel 1908 Domenico Andrea Lojodice nel volume edito a Parigi "Paysan Cultivateur de Ruvo di Puglia" e, con un certo piglio critico, anche il ligure Roberto Andrea Massone nella sua monografia del 1871.
La profonda devozione civica ha lasciato tracce evidenti nel patrimonio artistico cittadino, con raffigurazioni del Santo presenti in numerosi edifici di culto e declinate in diverse forme artistiche. Per quanto riguarda la scultura in pietra, sulla facciata della Chiesa di San Rocco e sulla cuspide del suo campanile si trovano due antiche statue. Entrambe mostrano il Santo con i classici attributi del pellegrino, tra cui la tipica mantelletta detta "sanrocchino", la borraccia, il bastone e il cane, intento a mostrare la piaga della peste sulla coscia.
All'interno della stessa chiesa è custodita una pregevole statua in legno policromo del XVIII secolo, opera attribuita allo scultore Nicola Antonio Brudaglio, un tempo esposta sull'altare allestito in Piazza Castello durante i festeggiamenti settembrini. In ambito pittorico, la figura del pellegrino compare nel polittico del 1537, attribuito al Maestro ZT, situato nella Chiesa del Purgatorio al fianco di San Sebastiano, oltre che in una tela un tempo conservata in Cattedrale accanto a San Gennaro e Sant'Antonio, oggi nella chiesa dell'Annunziata. Se ne trova testimonianza anche in un affresco ottocentesco di fattura più popolaresca situato nel tempietto privato della SS. Trinità. Altre raffigurazioni del santo sono sulle campane della Cattedrale e nella croce astile dello stesso tempio.
Il pezzo di maggior pregio storico e artistico è tuttavia legato all'arte orafa ed è oggi esposto in Cattedrale. Si tratta di una monumentale statua d'argento datata 1793. L'opera fu commissionata dal Capitolo Cattedrale e fusa dal noto argentiere Biagio Giordano su un modello preparato dal celebre scultore napoletano Giuseppe Sanmartino, per un costo complessivo che all'epoca superò i 2492 ducati. La statua, portata in processione fino a qualche decennio fa, rappresenta il punto più alto della devozione al santo e resta a perenne memoria di un legame tra la città e il suo patrono minore che, nonostante le mutazioni, resiste ininterrotto da oltre cinque secoli.