Biagia Marniti
Biagia Marniti
Vita di città

Storia Viva - La festa di San Biagio a Ruvo nel ricordo di Biagia Marniti

I ricordi d’infanzia della poetessa in vico Loriano, tra frisellini benedetti e riti popolari

Nelle memorie di Biagia Marniti, nata a Ruvo di Puglia nel 1921, la città dell'infanzia non è mai solo un luogo, ma un intreccio di voci, gesti e riti quotidiani. Poetessa, giornalista e bibliotecaria, al secolo Biagia Masulli, portò con sé anche dopo il trasferimento prima a Bari e poi a Roma – avvenuto nel 1938 – un legame profondo e mai reciso con la sua terra d'origine. Allieva di Giuseppe Ungaretti, che la soprannominò "la nera" per il suo temperamento fiero e deciso, la Marniti seppe trasformare i ricordi ruvesi in materia viva di racconto, restituendo frammenti preziosi della vita popolare del primo Novecento. Morì a Roma nel 2006.

Tra i ricordi più intensi della sua infanzia vi è quello legato al vico Loriano, dove abitava da bambina, e alla festa di San Biagio, il santo di cui portava il nome. Nella Ruvo di quegli anni, la ricorrenza del 3 febbraio era accompagnata da pratiche devozionali profondamente radicate nella vita familiare e comunitaria. Era infatti usanza, molto diffusa, che i fedeli portassero con sé per la benedizione dei piccoli tarallini preparati in casa, chiamati dialettalmente "le fresidde" o frisellini. Tra questi venivano spesso mescolate anche porzioni di pasta semplice, sagomate a forma di mitra vescovile, chiaro richiamo all'iconografia del santo.

Dopo la benedizione, le frisidde venivano consumati o donati poiché la credenza popolare attribuiva loro la capacità di preservare dai mali della gola, di cui San Biagio era ritenuto protettore. Le madri si avvicinavano all'altare accompagnate dai figli più piccoli, ai quali venivano annodati alla gola nastrini di colore rosso vivo, segno di devozione, ma anche memoria del martirio del santo e gesto simbolico di protezione.

Questo mondo di riti domestici e di relazioni di vicinato rivive con forza nelle parole della stessa Biagia Marniti:
«Nel grande soggiorno mia madre, con l'estroso aiuto di mio padre, allestiva l'altare in onore di S. Biagio; preparava i "frisidd" o i "frisellini" benedetti, offerti non solo agli ospiti, ma anche ai contadini e ai vicini che assiepavano le pareti in un'atmosfera tolstojana, mentre tra il freddo e la neve, girandole e modesti fuochi d'artificio esplodevano nel vico.»
Nonostante il trasferimento definitivo a Roma, questo rito non venne mai abbandonato. Nella casa romana della poetessa era custodito un arazzo raffigurante San Biagio, segno di una devozione che continuava a vivere anche lontano da Ruvo. A ricordarlo fu l'indimenticato prof. Antonio Jurilli, che frequentò a lungo la sua casa e che, in un articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 7 marzo 2011, a cinque anni dalla scomparsa della Marniti, scriveva:
«Per anni aveva festeggiato l'onomastico con una messa in casa celebrata dal patriarca Gregorio Hindiè di San Biagio agli Armeni e con la distribuzione dei tradizionali frisellini ad amici "pesanti" come Mario Sansone, Giorgio Caproni, Elio Filippo Accrocca, ospiti scetticamente curiosi della cerimonia. Esattamente come faceva, da ragazza, a Ruvo, e come immaginava si facesse ancora.»
Attraverso questi gesti, ripetuti nel tempo e nello spazio, la memoria individuale di Biagia Marniti si intreccia con quella collettiva della città, restituendo uno spaccato autentico di storia viva, fatta di devozioni popolari, relazioni di vicinato e riti capaci di attraversare generazioni e confini.
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