Ruvo si accende di viola per rompere il silenzio sulla fibromialgia

La testimonianza di Cecilia Pellegrini scuote la città: «Non chiediamo pietà, ma di non essere più invisibili»

giovedì 14 maggio 2026 06.10
A cura di Teresa Fiore
Una luce viola che attraversa la sera, accende la pietra della città e trasforma il cuore di Ruvo di Puglia in un luogo di consapevolezza, ascolto e umanità.
Due sere fa, la Fontana dei Quattro Cavalli di Piazza Dante si è illuminata per la Giornata Mondiale della Fibromialgia, dando voce a chi troppo spesso vive nel silenzio di una malattia difficile da spiegare e ancora più difficile da comprendere.

Un gesto dal forte valore simbolico e civile, nato per accendere i riflettori sulla fibromialgia, patologia cronica definita "malattia invisibile" perché i suoi segni non si vedono, ma scavano profondamente nella vita di chi ne soffre.

L'iniziativa, promossa dall'amministrazione comunale ruvese insieme a Cecilia Pellegrini — cittadina affetta da fibromialgia — proseguirà fino al 17 maggio con l'illuminazione della fontana cittadina. Presenti alla serata il dottor Giuseppe Pisicchio, il consigliere delegato alla salute dott. Giuseppe Caldarola, l'assessore alle politiche sociali Nico Curci e il consigliere al decoro urbano Patrizio Spinelli, uniti nel ribadire la vicinanza della comunità a chi affronta ogni giorno questa complessa condizione.

Ma il momento più intenso della serata è arrivato attraverso il racconto diretto di Cecilia Pellegrini, una testimonianza che ha trasformato numeri, diagnosi e termini medici in esperienza concreta, profondamente umana.

«Per anni mi hanno detto che era ansia, stress, depressione», racconta. «Intanto io vivevo con dolori continui, insonnia, stanchezza cronica e una sensazione costante di non essere capita». Una sofferenza lunga e silenziosa, culminata dopo un percorso medico complesso iniziato grazie alla figlia. Da lì la scoperta della spasmofilia, o tetania latente, e infine la diagnosi di fibromialgia.
«È stato un reumatologo a farmi capire che non ero pazza. Avevo una malattia vera».

Parole semplici, ma pesanti come pietre. Perché la fibromialgia non si limita al dolore fisico: cambia il rapporto con il tempo, con il lavoro, con gli altri e persino con sé stessi. «Non puoi programmare nulla — spiega Cecilia — perché all'improvviso il corpo si blocca. Ci sono giorni in cui anche una passeggiata sembra come scalare l'Everest».

E poi c'è il "fibrofog", quella nebbia mentale che cancella ricordi, confonde i pensieri, rende difficili anche i gesti più banali. «Entri in una stanza e dimentichi perché ci sei andata. Vivi con la mente annebbiata».
Una condizione che spesso si accompagna all'incomprensione sociale. «Molti pensano che tu non abbia voglia di fare. Ma durante le fasi acute smetti semplicemente di vivere davvero».

Da qui l'appello alle istituzioni: più ricerca, percorsi diagnostici più veloci, medici preparati e centri specializzati. Ma soprattutto riconoscimento. «Vorremmo non essere più invisibili», dice Cecilia, ricordando anche il peso economico delle cure, quasi interamente sostenuto dai pazienti.

Così, nella quiete della sera, il viola della fontana è diventato il simbolo di una battaglia quotidiana combattuta lontano dai riflettori, fatta di dolori nascosti, forza silenziosa e resistenza.
E mentre la luce si rifletteva sull'acqua e sulle pietre di Piazza Dante, sembrava quasi restituire dignità a tutte quelle sofferenze rimaste troppo a lungo senza nome.

Perché certe malattie non lasciano lividi visibili. Ma consumano lentamente giorni, energie, sogni e normalità. E forse il primo passo per curarle davvero è semplicemente questo: imparare a vedere chi, fino a oggi, è stato costretto a soffrire nell'ombra.

«La fibromialgia ti lascia in vita, ma non ti fa più vivere», ha detto Cecilia Pellegrini. Una frase che nella notte viola di Ruvo di Puglia è diventata un grido umano, impossibile da ignorare.