Ottavario
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Vita di città

Storia Viva - C'era una volta l'Ottavario del Corpus Domini a Ruvo di Puglia...

Tradizioni dimenticate nella festa principale dell'interno anno

Per generazioni, a Ruvo di Puglia, dire semplicemente "l'Ottavario" bastava a evocare un mondo intero. Non c'era bisogno di aggiungere altro. Tutti sapevano che si parlava della più grande festa cittadina, un appuntamento capace di unire devozione religiosa, identità collettiva e vita popolare in un'unica straordinaria celebrazione.

Ancora oggi l'Ottavario del Corpus Domini conserva il suo ruolo centrale nel calendario religioso ruvese. La processione attraversa le vie della città, il sindaco continua a reggere il tradizionale ombrello processionale che accompagna il Santissimo Sacramento e gli altari vengono allestiti nei luoghi simbolici del percorso, in piazza Bovio, davanti al Monumento ai Caduti, in piazza dell'Orologio, presso San Giacomo al Corso e in piazza Matteotti. Eppure, accanto a questi elementi che resistono al tempo, esiste un patrimonio di tradizioni che si è lentamente affievolito e che oggi sopravvive soltanto nei ricordi dei più anziani.

Fino a pochi decenni fa l'Ottavario era molto più di una festa religiosa. Era il principale evento sociale dell'anno. Per settimane la città si preparava all'appuntamento. Le famiglie acquistavano abiti nuovi, si programmavano visite ai parenti e si attendeva l'arrivo di amici e conoscenti dai paesi vicini. Le strade si riempivano di persone provenienti da tutto il territorio e Ruvo diventava il centro di una grande festa popolare che durava ben oltre il tempo della processione.

Uno degli aspetti più caratteristici era rappresentato dai banchetti che occupavano vie e piazze. Intere strade si trasformavano in bar e ristoranti, talvolta improvvisati, all'aperto. Gli ambulanti arrivavano da ogni parte della Puglia portando giocattoli, dolciumi, stoviglie, attrezzi, tessuti, oggetti di uso quotidiano e curiosità di ogni genere. Per molti bambini la passeggiata tra le bancarelle era emozionante quanto la partecipazione alle celebrazioni religiose. L'Ottavario era anche questo: un'occasione di incontro, di commercio e di socialità che coinvolgeva l'intera comunità.

Tra le immagini più spettacolari della festa vi era poi il celebre "giro dei palloni". I grandi palloni aerostatici di carta rappresentavano uno dei simboli più riconoscibili dell'Ottavario novecentesco. Costruiti artigianalmente con straordinaria abilità, si innalzavano nel cielo tra l'entusiasmo della folla. Alcuni assumevano forme elaborate e fantasiose, altri richiedevano settimane di lavoro e una notevole perizia tecnica. Oggi questa tradizione non è scomparsa, ma appare fortemente ridimensionata: i palloni continuano a essere presenti in alcuni momenti significativi della festa, ma non costituiscono più quell'evento spettacolare che per decenni attirò l'attenzione di migliaia di persone.

Anche il rapporto tra la città e la festa era diverso. Ogni cittadino partecipava attivamente ai preparativi. Balconi e finestre venivano adornati con drappi, coperte ricamate e addobbi floreali. Le strade venivano pulite e decorate. Non era soltanto una manifestazione organizzata da pochi: era una costruzione collettiva che coinvolgeva famiglie, associazioni, confraternite e attività commerciali.

Particolarmente significativo era il contributo dei cosiddetti "ceti cittadini", che sostenevano economicamente i festeggiamenti. L'organizzazione dell'Ottavario diventava una responsabilità condivisa e la buona riuscita della festa era motivo di orgoglio per l'intera comunità. In un'epoca in cui le occasioni di svago erano limitate, la settimana dell'Ottavario rappresentava un momento di eccezionale vitalità sociale.
Le cronache del passato raccontano inoltre di collegamenti straordinari con i centri vicini, predisposti per favorire l'afflusso dei visitatori. Migliaia di persone raggiungevano Ruvo per assistere alle processioni, ammirare le luminarie e vivere l'atmosfera festosa che caratterizzava quei giorni.

Non sorprende dunque che fino agli anni Settanta molti ruvesi chiamassero l'Ottavario semplicemente "la festa popolare". Un'espressione che sintetizzava perfettamente il suo significato. Non era soltanto una ricorrenza religiosa, ma il momento in cui la città si ritrovava, si riconosceva e celebrava se stessa attraverso una tradizione condivisa.

Oggi molte di quelle consuetudini sono cambiate, altre sono scomparse, altre ancora resistono adattandosi ai tempi. Ma dietro ogni fotografia d'epoca che mostra le bancarelle affollate, i palloni che si innalzano nel cielo, le strade gremite di persone e le luminarie che illuminano la notte, si nasconde una parte importante della memoria collettiva di Ruvo.

Riscoprire queste tradizioni significa comprendere meglio la storia della città e il modo in cui intere generazioni hanno vissuto la propria appartenenza alla comunità. Perché l'Ottavario è un racconto lungo secoli, fatto di fede, incontri, emozioni e gesti condivisi che continuano ancora oggi a dare forma all'identità ruvese.
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