Storia Viva - Madonna del Carmine
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Vita di città

Storia Viva - L'Arciconfraternita del Carmine, il più antico sodalizio ruvese

Dal 1604 a oggi, una storia di fede e arte che continua a raccontare l'identità di una comunità

Nel variegato panorama delle associazioni laiche e religiose di Ruvo di Puglia, l'Arciconfraternita del Carmine occupa da secoli un posto di assoluto rilievo. Fin dalle sue origini, la sua parabola storica si è delineata in netto contrasto con la modestia della Confraternita di San Rocco, distinguendosi come il sodalizio più facoltoso, colto e influente della città.

Fondata il 15 maggio 1604, l'Arciconfraternita nacque per iniziativa di esponenti della classe dirigente locale: ecclesiastici, nobili e notabili ruvestini. Lo statuto ottenne la formale approvazione del vescovo Gaspare Pasquali, rivelando da subito la natura d'élite del sodalizio. Basti pensare che ben un terzo dei 141 confratelli originari apparteneva al clero, un dato che garantì all'associazione un'immediata autorevolezza politica e spirituale nel contesto cittadino.

La neonata confraternita trovò la sua prima casa nella chiesa di San Vito, che fu affidata ai confratelli a patto che questi si impegnassero a restaurarla a proprie spese. Una volta completati i lavori, l'edificio fu solennemente intitolato alla Madonna del Carmine.

Nonostante il cambio di intitolazione, i segni del precedente culto non sono mai scomparsi del tutto: ancora oggi, la chiesa custodisce la memoria di san Vito martire, ben visibile nel dipinto che lo raffigura insieme ai santi Modesto e Crescenzia opera di Alessandro Fracanzano. Il legame con l'Ordine Carmelitano fu poi suggellato dalla sepoltura, all'interno delle mura sacre, del vescovo carmelitano Sebastiano D'Alessandro.

Nonostante l'estrazione aristocratica, le prime regole statutarie imponevano una forte spinta verso la carità e l'assistenza sociale. Il rettore delegava regolarmente due confratelli al delicato compito di visitare i carcerati e assistere gli infermi.
Inoltre, ogni giovedì, una coppia di consorelle o confratelli si aggirava per le vie della città e per l'agro ruvestino alla ricerca di elemosine e vettovaglie. I beni raccolti venivano accumulati e conservati in vista dell'inverno per confluire nel Monte di Pietà, un'istituzione cruciale per il sostentamento dei ceti più poveri

Il prestigio dell'Arciconfraternita attirò nel tempo ingenti donazioni. La svolta economica più significativa avvenne nel 1690, quando il noto notaio ruvestino Carlo Barese nominò l'Arciconfraternita del Carmine erede universale delle sue immense ricchezze (che sarebbero passate definitivamente al sodalizio alla morte dei suoi due figli sacerdoti, Alessandro e Nicolò), rimpinguando in modo definitivo le casse del sodalizio. La chiesa divenne così anche il luogo di sepoltura privilegiato non solo per i confratelli, ma per i più illustri nobili di Ruvo, tra cui si ricordano Luca Cuvilli e Antonio Miraglia.

Già nel corso del Seicento, i confratelli decisero di dotarsi di una serie di simulacri lignei rappresentanti i Sacri Misteri della Passione, dando vita a quella che sarebbe diventata la tradizionale processione del Venerdì Santo.

L'Arciconfraternita del Carmine occupa ancora oggi il posto d'onore nelle processioni e nei riti comunitari, confermandosi come la più antica associazione laicale della città ad aver mantenuto la propria attività ininterrottamente nel corso dei secoli.
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