
Vita di città
Storia Viva - Gli Sdegni Placati, testo teatrale di un ruvese del Seicento
Nel 1650 Antonio Avitaya scrive una commedia e la dedica alla famiglia Carafa
Ruvo - martedì 24 febbraio 2026
Dimenticate i polverosi scaffali delle biblioteche e immaginate invece le luci di una ribalta barocca a Ruvo di Puglia, nel pieno del Seicento. Era il 1650 quando le città di Ruvo e Andria si fermarono per festeggiare un evento di eccezionale importanza: la nascita di Carlo, primogenito dei Carafa, duchi d'Andria e signori del luogo. In quell'atmosfera di festa e sfarzo, tra le sale del palazzo nobiliare, risuonarono per la prima volta i versi de "Gli Sdegni Placati", una commedia che sembra un gioco di specchi già a partire dal nome del suo autore.
Ottaviano Ianida, infatti, non era che un velo: un sofisticato anagramma dietro cui si nascondeva con eleganza un membro della prestigiosa famiglia Avitaja (o Avitaya). Si tratta di Antonio Avitaya, intellettuale, capace di mescolare l'onore nobiliare con l'ironia del teatro. La vicenda, che si sposta idealmente a Milano, trascina il pubblico in un labirinto di sentimenti estremi e travestimenti audaci, tipici del gusto dell'epoca.
Al centro di tutto c'è Clelia, una giovane nobile intrappolata da un giuramento terribile fatto alla madre in punto di morte: potrà concedersi in sposa solo a colui che sarà capace di uccidere Florindo, l'uomo che lei crede essere il suo peggior nemico. Ma il cuore segue logiche diverse dalla vendetta. Per studiare il suo avversario, Clelia decide di vestire panni maschili e, sotto il nome di Enrico, riesce a farsi assumere come musico proprio in casa di Florindo. È qui, nell'intimità quotidiana e protetta dal travestimento, che lo sdegno inizia a sgretolarsi, lasciando spazio a un amore che non può più essere negato.
Tra duelli sfidati e mai consumati, millanterie del Capitano Armidoro — il classico soldato spaccone — e l'irriverente comicità del servo Gio. Antonio, che parlava il dialetto pugliese per divertire la platea locale, la commedia approda a un lieto fine dove ogni rancore viene finalmente deposto. L'opera non è solo un divertimento, ma il riflesso di una società che vedeva nell'onore e nella parola data i pilastri dell'esistenza, pur concedendosi il lusso della finzione teatrale.
La storia di quest'opera si intreccia indissolubilmente con l'ascesa degli Avitaya, che in quel periodo rappresentavano una delle colonne portanti della società ruvese. Il legame con i Carafa non era solo di cortesia letteraria, ma era fatto di scambi concreti che hanno disegnato il volto attuale della città. Fu proprio la famiglia Avitaya, infatti, ad acquistare dai Carafa l'edificio che oggi conosciamo come il Palazzo Municipale di Ruvo di Puglia.
Questo imponente palazzo, originariamente dimora dei feudatari, divenne così il simbolo tangibile di un passaggio di testimone tra l'antica aristocrazia e una nobiltà locale colta e intraprendente. Gli Avitaya furono capaci di passare con disinvoltura dalla gestione dei propri possedimenti alla scrittura di commedie, lasciandoci una testimonianza preziosa di come l'ingegno e la cultura potessero "placare" anche i tempi più turbolenti.
Ottaviano Ianida, infatti, non era che un velo: un sofisticato anagramma dietro cui si nascondeva con eleganza un membro della prestigiosa famiglia Avitaja (o Avitaya). Si tratta di Antonio Avitaya, intellettuale, capace di mescolare l'onore nobiliare con l'ironia del teatro. La vicenda, che si sposta idealmente a Milano, trascina il pubblico in un labirinto di sentimenti estremi e travestimenti audaci, tipici del gusto dell'epoca.
Al centro di tutto c'è Clelia, una giovane nobile intrappolata da un giuramento terribile fatto alla madre in punto di morte: potrà concedersi in sposa solo a colui che sarà capace di uccidere Florindo, l'uomo che lei crede essere il suo peggior nemico. Ma il cuore segue logiche diverse dalla vendetta. Per studiare il suo avversario, Clelia decide di vestire panni maschili e, sotto il nome di Enrico, riesce a farsi assumere come musico proprio in casa di Florindo. È qui, nell'intimità quotidiana e protetta dal travestimento, che lo sdegno inizia a sgretolarsi, lasciando spazio a un amore che non può più essere negato.
Tra duelli sfidati e mai consumati, millanterie del Capitano Armidoro — il classico soldato spaccone — e l'irriverente comicità del servo Gio. Antonio, che parlava il dialetto pugliese per divertire la platea locale, la commedia approda a un lieto fine dove ogni rancore viene finalmente deposto. L'opera non è solo un divertimento, ma il riflesso di una società che vedeva nell'onore e nella parola data i pilastri dell'esistenza, pur concedendosi il lusso della finzione teatrale.
La storia di quest'opera si intreccia indissolubilmente con l'ascesa degli Avitaya, che in quel periodo rappresentavano una delle colonne portanti della società ruvese. Il legame con i Carafa non era solo di cortesia letteraria, ma era fatto di scambi concreti che hanno disegnato il volto attuale della città. Fu proprio la famiglia Avitaya, infatti, ad acquistare dai Carafa l'edificio che oggi conosciamo come il Palazzo Municipale di Ruvo di Puglia.
Questo imponente palazzo, originariamente dimora dei feudatari, divenne così il simbolo tangibile di un passaggio di testimone tra l'antica aristocrazia e una nobiltà locale colta e intraprendente. Gli Avitaya furono capaci di passare con disinvoltura dalla gestione dei propri possedimenti alla scrittura di commedie, lasciandoci una testimonianza preziosa di come l'ingegno e la cultura potessero "placare" anche i tempi più turbolenti.



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