daniela mazzone
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Vita di città

Altalena per disabili. E se ci giocassero anche i normodotati?

L'integrazione passa soprattutto dal gioco

Una foto rubata, l'invio ad una testata giornalistica locale, e via con la polemica. Nasce celermente una querelle su cosa sia giusto e su cosa sia sbagliato.

La denuncia al quotidiano online locale viene esposta nel gruppo facebook "sei di Ruvo se...". Nella foto si intravedono dei bambini che giocano su una altalena dedicata ai disabili, davanti agli occhi di un genitore che lascia che i bambini facciano un po' quello che vogliono. L'episodio avviene in pineta. L'altalena ha più o meno un anno.

Subito si urla all'inciviltà. «I genitori non sono attenti ai propri figli». «Chi ha fatto la foto doveva riprendere la mamma piuttosto che denunciare e basta». «Presto romperanno l'altalena e si darà la colpa all'amministrazione». «C'è chi trova la situazione tollerante: che male stanno facendo quei bimbi? Un'altalena che regge una carrozzella può benissimo reggere un paio di bambini». «I bambini non fanno niente di male, ma i genitori sono da condannare!». E se si vedesse con occhio d'integrazione? Non c'è diversità. C'è solo priorità.

Una discussione articolata ed interessante che viene portata all'attenzione di Daniela Mazzone. Daniela ha quarant'anni e da quaranta vive sulla sedia a rotelle. Quand'era piccola l'aiutavano a sedersi e a dondolarsi sulle altalene ma Daniela punta l'attenzione sull'integrazione: «Mi chiamo Daniela, sono diversamente abile, in carrozzina. Vorrei esprimere un parere riguardo l'altalena per diversamente abili utilizzata da bimbi normodotati.

Secondo me è giusto che ne facciano uso anche loro nel rispetto degli oggetti e delle regole del vivere civile. Il messaggio da far recepire, sarebbe fortissimo: basta distinzioni, siamo persone comuni, abbiamo tutti voglia di divertirci, ma soprattutto voglia di stare insieme agli altri. L'altalena per disabili è un grande dono per i bambini di questa città. Ma ne possono usufruire tutti.

C'è necessità di uno scambio di oggetti e di gesti. Noi dobbiamo stare con gli altri e gli altri devono anche utilizzare i nostri oggetti, giocarci per comprendere che non siamo persone che fanno paura ma, bensì siamo persone da amare».
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