
Vita di città
Storia Viva - Da Ruvo ad Andria e ritorno: quando la storia dei vescovi diventa dialogo tra città
La nomina di Mons. Domenico Basile riannoda un filo lungo quattro secoli
Ruvo - sabato 10 gennaio 2026
La recente nomina di Don Mimmo Basile, già Vicario Generale della Diocesi di Andria, a Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, non rappresenta una pura notizia di cronaca ecclesiale ma è un evento che riannoda i fili di una storia antica, una sorta di dialogo spirituale tra le città di Ruvo e Andria che dura da secoli. Se oggi Andria "dona" un pastore alla Cattedra che comprende Ruvo, esattamente quattrocento anni fa accadeva il contrario: un nobile ruvese, Vincenzo Caputi, lasciava la sua terra natale per guidare la diocesi andriese.
A raccontarci questa storia sono le carte d'archivio e una pietra parlante incastonata nel cuore di Ruvo di Puglia, nell'androne dello storico Palazzo Caputi.
Osservando lo stemma vescovile conservato nella corte di Palazzo Caputi, ci si imbatte in un dettaglio che agli occhi di uno neofita della storia potrebbe apparire subito come un'anomalia, o meglio, un prezioso indizio.
L'iscrizione recita:
D. VINCENTII DOM.ci CAPUTI / FILII EPI. SANSEVEREN / EX INDE ANDRIEN / A.D. 1613 (di Don Vincenzo figlio di Domenico Caputi, Vescovo di San Severo e poi di Andria - Anno del Signore 1613)
Qui lo stemma conferma la genealogia del Caputi ma vi è un'incongruenza.
L'epigrafe conferma inequivocabilmente che il Vescovo Vincenzo era figlio di quel Domenico Caputi che edificò il palazzo alla fine del XVI secolo. Vincenzo è dunque il frutto della nobiltà ruvese più illustre dell'epoca. I titoli attribuiti al nobile, insieme al galero vescovile, invece appaiono una incongruenza: L'iscrizione riporta la data 1613, ma in quell'anno Vincenzo Caputi non era ancora vescovo (lo diverrà a San Severo nel 1615) e tantomeno vescovo di Andria (lo diverrà nel 1625).
Come si spiega questa contraddizione? Siamo di fronte a uno dei tanti casi di "aggiornamento lapideo". È altamente probabile che lo stemma fosse stato scolpito nel 1613 per celebrare il completamento di un'ala del palazzo o un primo incarico di Vincenzo (forse il canonicato), ma l'iscrizione fu modificata o completata solo dopo la sua morte (avvenuta nel 1626) o al culmine della sua carriera. La famiglia Caputi, orgogliosa di aver dato un vescovo alla Chiesa, volle fissare nel marmo i titoli definitivi del congiunto: "Sanseveren" (di San Severo) ed "Ex inde Andrien" (e in seguito di Andria), incurante del fatto che la data 1613 non corrispondesse più alla cronologia degli eventi. Quella pietra non doveva servire da calendario, ma da monumento alla gloria familiare.
Monsignor Caputi giunse ad Andria il 3 marzo 1625, inviato da Papa Urbano VIII dopo aver retto per un decennio la diocesi di San Severo. Trovò una città complessa, dominata dalla potente famiglia Carafa, duchi di Andria e conti di Ruvo. La storiografia andriese (D'Urso, Merra) ci tramanda l'immagine di un vescovo prudente. Essendo ruvese, e quindi nato "suddito" dei Carafa, Caputo conosceva bene il peso di quel casato. Il suo episcopato fu brevissimo – morì nel febbraio 1626 – ma intenso. Fece in tempo a commissionare il trono episcopale ligneo per la Cattedrale di Andria (descritto in una visita pastorale del 1659), lasciando un segno di bellezza e decoro liturgico. La sua morte prematura gli risparmiò gli aspri conflitti giurisdizionali che avrebbero invece travolto il suo successore, il fiorentino Alessandro Strozzi.
La storia oggi sembra restituire il favore. Nel XVII secolo, Ruvo offrì ad Andria un figlio della sua nobiltà, Vincenzo Caputi, che portò nella diocesi vicina la sua esperienza di pastore e la sua prudenza diplomatica. Oggi, nel 2026, la Chiesa di Andria offre alla Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi uno dei suoi sacerdoti più stimati, Mons. Domenico Basile.
Come l'iscrizione di Palazzo Caputi fu scolpita (e riscolpita) per fissare nella memoria l'orgoglio di una città per il proprio vescovo, così oggi le comunità di Ruvo e Andria scrivono una nuova pagina di storia comune. Non più su pietra, ma nella vita viva delle comunità che continuano a intrecciarsi, superando i confini municipali proprio come fece, quattro secoli fa, Monsignor Vincenzo Caputi.
Fonti: www.andriarte.it
A raccontarci questa storia sono le carte d'archivio e una pietra parlante incastonata nel cuore di Ruvo di Puglia, nell'androne dello storico Palazzo Caputi.
Osservando lo stemma vescovile conservato nella corte di Palazzo Caputi, ci si imbatte in un dettaglio che agli occhi di uno neofita della storia potrebbe apparire subito come un'anomalia, o meglio, un prezioso indizio.
L'iscrizione recita:
D. VINCENTII DOM.ci CAPUTI / FILII EPI. SANSEVEREN / EX INDE ANDRIEN / A.D. 1613 (di Don Vincenzo figlio di Domenico Caputi, Vescovo di San Severo e poi di Andria - Anno del Signore 1613)
Qui lo stemma conferma la genealogia del Caputi ma vi è un'incongruenza.
L'epigrafe conferma inequivocabilmente che il Vescovo Vincenzo era figlio di quel Domenico Caputi che edificò il palazzo alla fine del XVI secolo. Vincenzo è dunque il frutto della nobiltà ruvese più illustre dell'epoca. I titoli attribuiti al nobile, insieme al galero vescovile, invece appaiono una incongruenza: L'iscrizione riporta la data 1613, ma in quell'anno Vincenzo Caputi non era ancora vescovo (lo diverrà a San Severo nel 1615) e tantomeno vescovo di Andria (lo diverrà nel 1625).
Come si spiega questa contraddizione? Siamo di fronte a uno dei tanti casi di "aggiornamento lapideo". È altamente probabile che lo stemma fosse stato scolpito nel 1613 per celebrare il completamento di un'ala del palazzo o un primo incarico di Vincenzo (forse il canonicato), ma l'iscrizione fu modificata o completata solo dopo la sua morte (avvenuta nel 1626) o al culmine della sua carriera. La famiglia Caputi, orgogliosa di aver dato un vescovo alla Chiesa, volle fissare nel marmo i titoli definitivi del congiunto: "Sanseveren" (di San Severo) ed "Ex inde Andrien" (e in seguito di Andria), incurante del fatto che la data 1613 non corrispondesse più alla cronologia degli eventi. Quella pietra non doveva servire da calendario, ma da monumento alla gloria familiare.
Monsignor Caputi giunse ad Andria il 3 marzo 1625, inviato da Papa Urbano VIII dopo aver retto per un decennio la diocesi di San Severo. Trovò una città complessa, dominata dalla potente famiglia Carafa, duchi di Andria e conti di Ruvo. La storiografia andriese (D'Urso, Merra) ci tramanda l'immagine di un vescovo prudente. Essendo ruvese, e quindi nato "suddito" dei Carafa, Caputo conosceva bene il peso di quel casato. Il suo episcopato fu brevissimo – morì nel febbraio 1626 – ma intenso. Fece in tempo a commissionare il trono episcopale ligneo per la Cattedrale di Andria (descritto in una visita pastorale del 1659), lasciando un segno di bellezza e decoro liturgico. La sua morte prematura gli risparmiò gli aspri conflitti giurisdizionali che avrebbero invece travolto il suo successore, il fiorentino Alessandro Strozzi.
La storia oggi sembra restituire il favore. Nel XVII secolo, Ruvo offrì ad Andria un figlio della sua nobiltà, Vincenzo Caputi, che portò nella diocesi vicina la sua esperienza di pastore e la sua prudenza diplomatica. Oggi, nel 2026, la Chiesa di Andria offre alla Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi uno dei suoi sacerdoti più stimati, Mons. Domenico Basile.
Come l'iscrizione di Palazzo Caputi fu scolpita (e riscolpita) per fissare nella memoria l'orgoglio di una città per il proprio vescovo, così oggi le comunità di Ruvo e Andria scrivono una nuova pagina di storia comune. Non più su pietra, ma nella vita viva delle comunità che continuano a intrecciarsi, superando i confini municipali proprio come fece, quattro secoli fa, Monsignor Vincenzo Caputi.
Fonti: www.andriarte.it



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