
Vita di città
Storia Viva - Francesco Rubini, l'incorrotto patriota ruvese del risorgimento
Ha detto: «Libero pensa e libero scrivi ed incorrotto vivi, né chinar mai la fronte.»
Ruvo - mercoledì 19 agosto 2026
Se c'è una figura che incarna lo spirito più puro e disinteressato del Risorgimento pugliese, è quella di Francesco Rubini, patriota, politico e avvocato nato a Ruvo di Puglia il 19 maggio 1817.
Figlio di Pasquale, un contadino, e di Maria Michela Bizzoca, Rubini crebbe nella sua città natale per poi trasferirsi a Napoli, dove divenne un brillante avvocato penalista sotto la preziosa guida del giurista Luigi Zuppetta. Fu proprio l'ambiente napoletano a spingerlo verso i moti risorgimentali: si iscrisse alla vendita carbonara ruvese "Perfetta fedeltà" (che operò in clandestinità anche dopo il decreto di scioglimento delle società segrete emanato nel 1821 da Ferdinando I) e, successivamente, entrò a far parte della "Giovine Italia" di Giuseppe Mazzini.
I patrioti ruvestini si riunivano in segreto nella chiesa della Madonna dell'Isola, oggi distrutta. Lì, Rubini arringava i fedeli con orazioni tanto accese da coinvolgerli attivamente nella causa liberale. Questa intensa attività politica attirò le attenzioni della polizia borbonica: dopo le sommosse del 1848, Rubini e i suoi compagni furono costretti alla fuga. Trovò un temporaneo rifugio a Corato, ma nel 1849 fu infine arrestato e processato con una singolare e specifica accusa: quella di "predicatore abbenché non prete". Trasferito nel carcere di Trani, vi trascorse quattordici durissimi mesi di detenzione insieme ad altri cospiratori. Venne scarcerato il 20 giugno del 1851, ma fu sottoposto per oltre dieci anni a una rigorosa vigilanza da parte della polizia. Nonostante questo controllo, Rubini non si arrese e continuò a partecipare di nascosto alle assemblee patriottiche organizzate nelle masserie del territorio.
L'ora del riscatto giunse il 6 settembre 1860. Con l'instaurazione del governo provvisorio nel Sud Italia, Giuseppe Garibaldi in persona nominò Francesco Rubini governatore con pieni poteri. Come suo primo atto, Rubini scarcerò immediatamente tutti i liberali precedentemente condannati dal generale Emilio Pallavicini. Si occupò poi di plasmare le istituzioni cittadine: formò il triumvirato della "Nuova Italia" (assieme a Giovanni Jatta e Vincenzo Chieco) e istituì la Guardia Nazionale di Ruvo, di cui fu nominato comandante e poi primo maggiore su incarico di Bettino Ricasoli, ruolo che mantenne fino al 1866. In quello stesso anno, Rubini aprì le porte della villa "Caprera" dell'amico Pasquale Cervone a Menotti Garibaldi, arrivato a Ruvo con l'intento di arruolare volontari per la Terza guerra d'indipendenza.
A Unificazione completata, Rubini ricoprì le cariche di consigliere comunale e giudice conciliatore a Ruvo. Ma fu di fronte alle lusinghe del nuovo Stato monarchico che l'uomo rivelò la sua straordinaria levatura morale. Quando re Vittorio Emanuele II gli offrì la carica di prefetto, un lauto stipendio e l'ambita onorificenza di Cavaliere del Regno d'Italia, egli rifiutò categoricamente ogni beneficio. La sua sprezzante risposta al Sovrano passò alla storia: «Credevo che sotto la Vostra Maestà fosse finito il Medioevo». Questo gesto di incorruttibile coerenza spinse Giovanni Bovio e Matteo Renato Imbriani a ribattezzarlo "l'avvocato rinunziatutto". Deluso e amareggiato dalle derive politiche dell'Italia post-unitaria, Rubini preferì sedere in consiglio comunale tra gli "Spinti di sinistra", dedicando il resto della sua vita alla difesa dei disoccupati, dei lavoratori e all'istruzione degli analfabeti nelle scuole serali. Morì in solitudine l'8 agosto 1892.
Il ricordo di questo indomito patriota vive ancora oggi incastonato nel tessuto cittadino. Il 2 giugno 1968, in occasione della Festa della Repubblica, la città di Ruvo ha voluto onorare la sua memoria inaugurando un monumento impreziosito da un suo mezzobusto, opera magistrale dello scultore Vitantonio De Bellis.
L'iter di realizzazione dell'opera fu peculiare: la statua, immaginata in un primo momento a figura intera, prese infine la forma di un vigoroso mezzobusto che raffigura il patriota in atto di insegnamento, con l'indice alzato.
Ancora più significativa è la sua collocazione: il monumento è posto proprio davanti all'istituto scolastico "Giovanni Bovio". Non si tratta di un semplice omaggio commemorativo, ma di una necessaria ammonizione: quel dito alzato serve a ricordare alle nuove generazioni l'importanza dell'impegno civico sin da piccoli, affinché crescano consapevoli, retti e disposti, come Rubini, a non chinare mai la fronte.
Figlio di Pasquale, un contadino, e di Maria Michela Bizzoca, Rubini crebbe nella sua città natale per poi trasferirsi a Napoli, dove divenne un brillante avvocato penalista sotto la preziosa guida del giurista Luigi Zuppetta. Fu proprio l'ambiente napoletano a spingerlo verso i moti risorgimentali: si iscrisse alla vendita carbonara ruvese "Perfetta fedeltà" (che operò in clandestinità anche dopo il decreto di scioglimento delle società segrete emanato nel 1821 da Ferdinando I) e, successivamente, entrò a far parte della "Giovine Italia" di Giuseppe Mazzini.
I patrioti ruvestini si riunivano in segreto nella chiesa della Madonna dell'Isola, oggi distrutta. Lì, Rubini arringava i fedeli con orazioni tanto accese da coinvolgerli attivamente nella causa liberale. Questa intensa attività politica attirò le attenzioni della polizia borbonica: dopo le sommosse del 1848, Rubini e i suoi compagni furono costretti alla fuga. Trovò un temporaneo rifugio a Corato, ma nel 1849 fu infine arrestato e processato con una singolare e specifica accusa: quella di "predicatore abbenché non prete". Trasferito nel carcere di Trani, vi trascorse quattordici durissimi mesi di detenzione insieme ad altri cospiratori. Venne scarcerato il 20 giugno del 1851, ma fu sottoposto per oltre dieci anni a una rigorosa vigilanza da parte della polizia. Nonostante questo controllo, Rubini non si arrese e continuò a partecipare di nascosto alle assemblee patriottiche organizzate nelle masserie del territorio.
L'ora del riscatto giunse il 6 settembre 1860. Con l'instaurazione del governo provvisorio nel Sud Italia, Giuseppe Garibaldi in persona nominò Francesco Rubini governatore con pieni poteri. Come suo primo atto, Rubini scarcerò immediatamente tutti i liberali precedentemente condannati dal generale Emilio Pallavicini. Si occupò poi di plasmare le istituzioni cittadine: formò il triumvirato della "Nuova Italia" (assieme a Giovanni Jatta e Vincenzo Chieco) e istituì la Guardia Nazionale di Ruvo, di cui fu nominato comandante e poi primo maggiore su incarico di Bettino Ricasoli, ruolo che mantenne fino al 1866. In quello stesso anno, Rubini aprì le porte della villa "Caprera" dell'amico Pasquale Cervone a Menotti Garibaldi, arrivato a Ruvo con l'intento di arruolare volontari per la Terza guerra d'indipendenza.
A Unificazione completata, Rubini ricoprì le cariche di consigliere comunale e giudice conciliatore a Ruvo. Ma fu di fronte alle lusinghe del nuovo Stato monarchico che l'uomo rivelò la sua straordinaria levatura morale. Quando re Vittorio Emanuele II gli offrì la carica di prefetto, un lauto stipendio e l'ambita onorificenza di Cavaliere del Regno d'Italia, egli rifiutò categoricamente ogni beneficio. La sua sprezzante risposta al Sovrano passò alla storia: «Credevo che sotto la Vostra Maestà fosse finito il Medioevo». Questo gesto di incorruttibile coerenza spinse Giovanni Bovio e Matteo Renato Imbriani a ribattezzarlo "l'avvocato rinunziatutto". Deluso e amareggiato dalle derive politiche dell'Italia post-unitaria, Rubini preferì sedere in consiglio comunale tra gli "Spinti di sinistra", dedicando il resto della sua vita alla difesa dei disoccupati, dei lavoratori e all'istruzione degli analfabeti nelle scuole serali. Morì in solitudine l'8 agosto 1892.
Il ricordo di questo indomito patriota vive ancora oggi incastonato nel tessuto cittadino. Il 2 giugno 1968, in occasione della Festa della Repubblica, la città di Ruvo ha voluto onorare la sua memoria inaugurando un monumento impreziosito da un suo mezzobusto, opera magistrale dello scultore Vitantonio De Bellis.
L'iter di realizzazione dell'opera fu peculiare: la statua, immaginata in un primo momento a figura intera, prese infine la forma di un vigoroso mezzobusto che raffigura il patriota in atto di insegnamento, con l'indice alzato.
Ancora più significativa è la sua collocazione: il monumento è posto proprio davanti all'istituto scolastico "Giovanni Bovio". Non si tratta di un semplice omaggio commemorativo, ma di una necessaria ammonizione: quel dito alzato serve a ricordare alle nuove generazioni l'importanza dell'impegno civico sin da piccoli, affinché crescano consapevoli, retti e disposti, come Rubini, a non chinare mai la fronte.



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