
Vita di città
Storia Viva - Il San Sebastiano affrescato nella Cattedrale di Ruvo
La storia e le vicende di un’immagine che ha sfidato i secoli
Ruvo - martedì 20 gennaio 2026
Se foste entrati nella Cattedrale di Ruvo di Puglia nel marzo del 1896, vi sareste trovati immersi in un cantiere polveroso. L'architetto Ettore Bernich era impegnato in una missione ambiziosa: rimuovere tonnellate di stucchi e intonaci barocchi per riportare la chiesa alla sua nuda bellezza originaria. Fu proprio durante queste operazioni, mentre si grattava via l'imbiancatura nella navata trasversa, che riemerse un volto antico. L'accoglienza, tuttavia, non fu delle migliori.
A giudicare l'opera qualche anno dopo, nel 1913, intervenne Giuseppe Pastina, pittore e restauratore esperto. Il suo primo impatto estetico fu spietato: definì la figura del santo "orribile di forma", confessando di provare addirittura un "sincero disgusto" per quel corpo sproporzionato, dipinto "una volta e mezzo il vero". Eppure, quando il Pastina restauratore prese il sopravvento sul critico d'arte e si avvicinò per lucidare la figura, dovette ricredersi sulla tecnica. Scoprì con sorpresa che quel disegno apparentemente sgraziato era in realtà "correttissimo", inciso con maestria sull'intonaco fresco con uno strumento acuminato. Si trattava di una tecnica esecutiva talmente solida e resistente – quasi simile all'encausto – da aver permesso all'affresco di attraversare indenne i secoli e l'umidità.
L'opera, attribuita oggi alla bottega di Giovanni di Pietro, attivo nel XV secolo, si rivela essere una potente macchina narrativa contro la paura della peste. Al centro di questa preghiera dipinta si erge San Sebastiano, il gigante che domina la parte destra della scena. Le sue dimensioni esagerate, tanto criticate in passato, avevano in realtà lo scopo preciso di mostrare la grandezza spirituale del martire, invocato dal popolo come uno scudo immenso contro il contagio. La sua figura ieratica contrasta drammaticamente con quella dell'aguzzino, un arciere minuscolo e quasi caricaturale dipinto in basso, la cui piccolezza fisica serve a sottolinearne l'inferiorità morale.
Spostando lo sguardo a sinistra, la scena si addolcisce con la presenza della Madonna in trono col Bambino. Qui si nasconde uno dei dettagli più poetici dell'intero affresco: il piccolo Gesù sorregge delicatamente con la mano un cardellino. La macchia rossa sul capo dell'uccellino, che secondo la leggenda si procurò togliendo una spina dalla corona di Cristo, è un presagio silenzioso che ricorda al fedele come quel bimbo tenero sia nato per affrontare la Passione. Tutta la scena è incorniciata da un gesto teatrale: in alto, due angeli "reggicortina" stanno aprendo un prezioso drappo rosso, sollevando il sipario celeste per svelare la divinità agli occhi dei fedeli.
Non meno affascinante è il contorno "invisibile" della storia: il committente. In alto a sinistra, affacciato in un riquadro separato quasi fosse a una finestra, c'è un uomo di profilo con un copricapo rosso tipico del Quattrocento. È lui il "regista" occulto di questa opera, il notabile che probabilmente finanziò l'affresco per chiedere una grazia, facendosi ritrarre con lo sguardo fisso sulla Vergine per assicurarsi una protezione eterna. La preziosità dell'offerta è confermata anche dalle aureole dei santi, che non sono semplici cerchi dipinti ma vere e proprie sculture in "pastiglia" e punzonate: alla luce tremolante delle candele antiche, questi rilievi dovevano brillare simulando l'oro massiccio.
Infine, osservando i margini dell'affresco, si nota una "cicatrice" che ci svela la storia del muro stesso. In alto a destra la cornice decorata si interrompe bruscamente, lasciando emergere uno strato sottostante con una decorazione che rappresenta una croce rossa ancorata. Questa frattura visiva ci ricorda che la Cattedrale è un palinsesto di devozioni: il San Sebastiano si è sovrapposto a una decorazione precedente, senza riuscire a cancellarne del tutto la traccia, lasciando che due epoche diverse convivessero sulla stessa parete.
Fonti: Rassegna Pugliese, settembre 1896; Rassegna Pugliese, Maggio 1913; M. Di Puppo, La chiesa di San Michele Arcangelo. Disegnare la memoria, la misura e l'armonia, in Mi-Ka-El – Chi è come Dio? La chiesa di San Michele Arcangelo a Ruvo di Puglia, Bari 2018.
A giudicare l'opera qualche anno dopo, nel 1913, intervenne Giuseppe Pastina, pittore e restauratore esperto. Il suo primo impatto estetico fu spietato: definì la figura del santo "orribile di forma", confessando di provare addirittura un "sincero disgusto" per quel corpo sproporzionato, dipinto "una volta e mezzo il vero". Eppure, quando il Pastina restauratore prese il sopravvento sul critico d'arte e si avvicinò per lucidare la figura, dovette ricredersi sulla tecnica. Scoprì con sorpresa che quel disegno apparentemente sgraziato era in realtà "correttissimo", inciso con maestria sull'intonaco fresco con uno strumento acuminato. Si trattava di una tecnica esecutiva talmente solida e resistente – quasi simile all'encausto – da aver permesso all'affresco di attraversare indenne i secoli e l'umidità.
L'opera, attribuita oggi alla bottega di Giovanni di Pietro, attivo nel XV secolo, si rivela essere una potente macchina narrativa contro la paura della peste. Al centro di questa preghiera dipinta si erge San Sebastiano, il gigante che domina la parte destra della scena. Le sue dimensioni esagerate, tanto criticate in passato, avevano in realtà lo scopo preciso di mostrare la grandezza spirituale del martire, invocato dal popolo come uno scudo immenso contro il contagio. La sua figura ieratica contrasta drammaticamente con quella dell'aguzzino, un arciere minuscolo e quasi caricaturale dipinto in basso, la cui piccolezza fisica serve a sottolinearne l'inferiorità morale.
Spostando lo sguardo a sinistra, la scena si addolcisce con la presenza della Madonna in trono col Bambino. Qui si nasconde uno dei dettagli più poetici dell'intero affresco: il piccolo Gesù sorregge delicatamente con la mano un cardellino. La macchia rossa sul capo dell'uccellino, che secondo la leggenda si procurò togliendo una spina dalla corona di Cristo, è un presagio silenzioso che ricorda al fedele come quel bimbo tenero sia nato per affrontare la Passione. Tutta la scena è incorniciata da un gesto teatrale: in alto, due angeli "reggicortina" stanno aprendo un prezioso drappo rosso, sollevando il sipario celeste per svelare la divinità agli occhi dei fedeli.
Non meno affascinante è il contorno "invisibile" della storia: il committente. In alto a sinistra, affacciato in un riquadro separato quasi fosse a una finestra, c'è un uomo di profilo con un copricapo rosso tipico del Quattrocento. È lui il "regista" occulto di questa opera, il notabile che probabilmente finanziò l'affresco per chiedere una grazia, facendosi ritrarre con lo sguardo fisso sulla Vergine per assicurarsi una protezione eterna. La preziosità dell'offerta è confermata anche dalle aureole dei santi, che non sono semplici cerchi dipinti ma vere e proprie sculture in "pastiglia" e punzonate: alla luce tremolante delle candele antiche, questi rilievi dovevano brillare simulando l'oro massiccio.
Infine, osservando i margini dell'affresco, si nota una "cicatrice" che ci svela la storia del muro stesso. In alto a destra la cornice decorata si interrompe bruscamente, lasciando emergere uno strato sottostante con una decorazione che rappresenta una croce rossa ancorata. Questa frattura visiva ci ricorda che la Cattedrale è un palinsesto di devozioni: il San Sebastiano si è sovrapposto a una decorazione precedente, senza riuscire a cancellarne del tutto la traccia, lasciando che due epoche diverse convivessero sulla stessa parete.
Fonti: Rassegna Pugliese, settembre 1896; Rassegna Pugliese, Maggio 1913; M. Di Puppo, La chiesa di San Michele Arcangelo. Disegnare la memoria, la misura e l'armonia, in Mi-Ka-El – Chi è come Dio? La chiesa di San Michele Arcangelo a Ruvo di Puglia, Bari 2018.

.jpg)

Ricevi aggiornamenti e contenuti da Ruvo 






