Storia Viva - Ruota
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Vita di città

Storia Viva - La ruota degli innocenti

Storie d'infanzia abbandonata nella Ruvo ottocentesca

Ruvo di Puglia, 6 novembre 1866. Un giorno come tanti, eppure reso eterno da un atto pubblico custodito tra le carte polverose dell'Archivio Comunale. Quel giorno, alle ore dieci del mattino, nel Palazzo Municipale si presentò una donna, Vincenza Turturo, settantenne, "addetta alla ruota dei proietti". Narrò al Sindaco e ufficiale dello stato civile Domenico Andrea Spada l'accaduto: la sera prima, alle nove, un bambino era stato deposto nella ruota degli esposti.

Era avvolto in pochi cenci. Nessun segno sul corpicino. Nessuna lettera, medaglietta, nessun ricamo a svelarne l'origine. Solo il silenzio della vergogna o della disperazione. Ma vivo. Vivo e maschio, di appena un giorno. Così la ruota – quel congegno ligneo rotante che permetteva di lasciare un neonato nell'anonimato – aveva compiuto ancora una volta il suo straziante compito.

Quel bimbo fu chiamato Domenico Zaccaria, nome e cognome di pura invenzione, come previsto dall'articolo 374 del Codice Civile del Regno d'Italia. Fu rinchiuso nell'Ospizio della Pietà, sotto la cura di donne come Vincenza, che con mani stanche ma premurose si prendevano cura di decine di piccole vite abbandonate.

Storie come quella di Domenico erano comuni. Anzi, quotidiane. In una Ruvo ottocentesca attraversata da povertà endemica, mortalità infantile e convenzioni sociali inflessibili, la ruota era l'ultima spiaggia per donne travolte dallo scandalo, dalla fame o dall'impossibilità materiale e morale di allevare un figlio.

Come sottolineò Vincenzo Testini nel 1876 "una ruota per i trovatelli, dicono, per scongiurare gli infanticidi – ma succede che gli infanticidi non ne mancano di tanto in tanto e che Ruvo mantiene i proietti dei paesi vicini, i quali, o per nascondere le loro colpe o per alleggerire le loro spese, di notte, snaturatamente vengono a regalarceli."

Molti bambini esposti erano infatti figli del peccato, nati fuori dal matrimonio. Le madri, spesso domestiche, contadine o serve violate dai padroni, preferivano l'oblio alla vergogna. Ma non sempre. Alcune, forse, lasciavano un segno. Un bottone, un nastro, un pezzo di stoffa cucito con un nome che potesse – un giorno – ricongiungere.
Come scrisse Victor Hugo nei suoi Miserabili, attraverso le parole del vescovo Myriel: "Non ci sono bambini illegittimi, ci sono solo genitori indegni."

La ruota degli esposti, già presente in Italia sin dal XIII secolo, era divenuta una vera istituzione negli ospedali e conventi del Sud, tra cui Ruvo. In città si contavano due ruote degli esposti: una nella strada prospicente l'Ospedale di Pietà (attuale via Ospedale) e l'altra al Convento dei Cappuccini.

Oggi, della ruota dei proietti a Ruvo restano solo gli atti. Le memorie familiari spesso, consapevolmente, cancellano queste memorie. Ma quelle storie meritano di essere riscoperte. Non per commuoverci, ma per comprendere. Comprendere che la povertà e il pregiudizio possono portare una madre a fare ciò che il cuore mai vorrebbe. Comprendere che una società si giudica dalla cura che offre ai suoi ultimi.

Fonti: Testini V., Delle condizioni economiche di Ruvo e Delle condizioni morali-intellettuali di Ruvo, in L'Italia Agricola, Milano 1876. Bucci C., Vincenzo Testini – Un foreign fighter ruvese al seguito di Garibaldi, Terlizzi 2024. Portale Antenati, antenati.cultura.gov.it.
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