Desolata
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Vita di città

Storia Viva - Speciale Riti di Passione: l'altare del vento, l’abbraccio della Desolata al Legno nudo

Dalle riflessioni di Sant'Alfonso Maria de' Liguori al Venerdì di Passione a Ruvo di Puglia

C'è un momento, nel crepuscolo del Venerdì di Passione a Ruvo di Puglia, in cui il tempo smette di scorrere. È quando la Madonna della Desolata varca la soglia di San Domenico. Non porta tra le braccia il corpo esangue del Figlio ma stringe a sé il Legno nudo. In quel vuoto colmo di significato, la città riconosce la propria Madre e il proprio dolore, affidandoli a quel vento che, puntuale, agita le vesti nere della Vergine.

L'immagine della Desolata di Ruvo è la traduzione visiva più alta di quanto Sant'Alfonso Maria de' Liguori ha narrato nelle sue Glorie di Maria. Il Santo immagina la Vergine che, nel silenzio assordante del Calvario dopo la sepoltura, si ferma davanti allo strumento del supplizio. Non lo guarda con orrore, ma con un amore che scavalca la morte.

«O croce santa, io ti bacio e ti adoro, giacché ora non sei più legno infame, ma trono d'amore ed altare di misericordia...»

Nelle strade di Ruvo, questa preghiera si fa emozione e fisicità. Maria abbraccia la Croce perché in essa ritrova l'ultima impronta del Figlio. Quel legno, che per il mondo era simbolo di maledizione e infamia, tra le braccia della Desolata diventa "consacrato col sangue dell'Agnello Divino". La spoliazione della Croce — su cui resta solo un candido lenzuolo, segno di una Sindone che già profuma di Risurrezione — trasforma il patibolo in un trofeo di vittoria.

Mentre i quaranta portatori avanzano a passo lento, sembra di sentire l'eco del lamento alfonsiano: Maria va girando gli occhi intorno e non vede più il suo Gesù, ma in quel legno spoglio "le si fanno avanti tutte le memorie della di lui bella vita". Ogni passo della processione è un ricordo: Betlemme, Nazareth, le parole di vita eterna. Ma è l'abbraccio alla Croce nuda a dire l'ultima parola: Maria ci insegna che quando tutto è tolto, quando il corpo amato scompare allo sguardo, resta la fedeltà al progetto di Dio.

I confratelli in camice bianco e le consorelle velate di nero partecipano a un atto di adorazione comunitaria. Il nero delle vesti, con le iniziali "MD" ricamate sul cuore, è il segno di chi ha deciso di restare, come Maria, ai piedi di quel "trono d'amore".

E se il vento soffia tra le strette vie del borgo antico, i ruvesi sanno che non è solo un fenomeno atmosferico. È il respiro di una Madre che, pur nell'abisso della solitudine, trova la forza di baciare l'altare del sacrificio.

La processione della Desolata, prima nei riti della Settimana Santa ruvese, è il benvenuto alla Speranza. Nell'abbraccio di Maria alla Croce nuda, Ruvo ritrova la forza di stringere le proprie croci quotidiane, non più come pesi infami, ma come scale verso il Cielo. È la fede che non ha bisogno di vedere per credere, che non ha bisogno di toccare la carne per sentire Dio. È l'amore che resta, immobile e fermo, quando tutto il resto è volato via col vento.

Cfr. S. Alfonso M. de' Liguori, Le Glorie di Maria, p. 461.

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